Vivisezione: obiezione di coscienza

I CONSIGLI DI CHI HA FATTO QUESTA SCELTA
Una chance importante per chi è contrario ai
test sugli animali, ma finora ancora troppo
sconosciuta. L’obiezione di coscienza, solo
grazie alla buona volontà di alcuni studenti e
ricercatori, si sta lentamente facendo strada
negli atenei italiani penetrando la fitta coltre di
omertà che la avvolge. «Indipendentemente
dalle idee e dalle scelte personali, la quasi
totalità degli studenti e dei ricercatori che ho
conosciuto durante la specializzazione non
era informata della possibilità di scegliere
l’obiezione – commenta Christian Fulcheri,
fisico sanitario dell’Università di Firenze – sono
stato io per primo ad informarli. Possibile?».
Un compito che la legge n. 413 del 1993 assegna
a tutte le strutture pubbliche e private
legittimate a svolgere la sperimentazione su
animali, che però spesso sono inadempienti,
come spiega Valentina Reggioli, specializzanda
in Fisica Sanitaria presso lo stesso ateneo:
«le Università non danno spontaneamente
pubblicità alla possibilità di scegliere l’obiezione.
Negli ultimi 3 anni accademici nessuno studente
delle facoltà di Medicina, Farmacia e Scienze
M.F.N. ha presentato domanda. Il sospetto è
che le segreterie non informino abbastanza.
Basta entrare nelle segreterie didattiche per
rendersene conto». Per questa ragione nel
febbraio dello scorso anno è stata inviata al
Rettore della Università di Firenze una lettera
sottoscritta da una decina tra dipendenti, assegnisti
di ricerca e specializzandi, in cui si
denunciava l’assoluta mancanza di informazione
in merito e si chiedeva di ottemperare
agli obblighi di legge rendendo adeguata pubblicità.
Il risultato è stato che sul sito dell’Ateneo
sono comparsi i link che rimandano alla legge
e i moduli di presentazione della domanda per
lavoratori e studenti. Ma il problema di fondo
resta la difficoltà di istaurare un dialogo aperto
e costruttivo con gli interessati. «Le volte in
cui abbiamo provato a confrontarci
sull’argomento con studenti, professori e medici
– continua Christian Fulcheri – se andava bene
abbiamo trovato un muro di gomma; spesso
però i toni quando non erano aggressivi erano
canzonatori e questo fa riflettere
sull’atteggiamento che le persone coinvolte
hanno in merito». «D’altra parte – aggiunge
Reggioli – non è facile fare discorsi
nell’ambiente biomedico, dove la sperimentazione
animale si dà per scontata». Ne dà
conferma Stefano Cagno, dirigente medico
presso l’Ospedale Civile di Vimercate (Monza
e Brianza), che commenta con amarezza: «la
validità della vivisezione viene presentata come
un dogma indimostrabile. In questo modo lo
studente si laurea convinto che sia utile e
sebbene sia preparatissimo e abbia tutti gli
strumenti per contestarla non è più in grado
di farlo. Una facoltà scientifica, dovrebbe dare
una preparazione basata su ciò che è dimostrato
scientificamente e fornire gli strumenti
per contestare gli argomenti che non sonoancora dimostrati scientificamente». Ma alla
vivisezione sono collegati interessi commerciali
e di carriera. Per questa ragione non ha fine.
Stefano Cagno spiega che un trucco per fare
molte ricerche consiste nell’apportare piccoli
cambiamenti rispetto alla ricerca iniziale, in
modo tale da farne tante altre e scrivere altrettante
pubblicazioni, che servono per la carriera
universitaria. E Valentina Reggioli testimonia:
«ho assistito di persona a una conversazione
tra un professore e una laureanda. Il professore
affermava candidamente che gli studi di fisiologia
che stava facendo sulle rane erano già
stati compiuti, ma voleva comunque ripeterli
per pubblicare articoli».
Per tutti questi motivi c’è chi dice no alla vivisezione.
Ma viene discriminato? La legge dà
diritto a partecipare a laboratori didattici alternativi,
che non prevedono la sperimentazione
animale. Ma la realtà è tutt’altro che rosea.«I
laboratori alternativi spesso non esistono –
commenta Stefano Cagno – quindi, nel migliore
dei casi, il docente ammette lo studente
all’esame anche se non ha frequentato alcun
laboratorio didattico. Tuttavia, può accadere
che la discriminazione avvenga di fatto in sede
d’esame, se allo studente vengono rivolte
domande che presuppongono necessariamente
la partecipazione al laboratorio didattico».
Non solo. Come spiega Valentina Reggioli, in
questo momento di recessione vengono banditi
pochi assegni di ricerca ed è improbabile che
qualcuno li rifiuti perché implicano sperimentazione
su animali. «Se vogliamo, di fatto la
discriminazione c’è, perché non si hanno alternative
– commenta – io consiglio di scoprire
subito le carte, perché in un secondo momento
diventa tutto più difficile. Quando ho chiesto
la tesi, ad esempio, ho detto subito che non
avrei compiuto esperimenti su animali. È indispensabile
assumere immediatamente informazioni
sulle modalità di presentazione
dell’istanza di obiezione e su tutti i diritti che
si possono far valere, perché è difficile poi
tirarsi indietro». Fulcheri aggiunge: «per gli
studenti è anche importante informarsi bene
prima di prendere parte ai tirocini, chiedendo
esplicitamente ai responsabili se sono previsti
laboratori con l’uso di animali. Se si opera in
ambito biomedico o delle scienze della vita è
molto facile rimanerne coinvolti. Ricordo che
all’epoca in cui come specializzando di Fisica
Sanitaria svolgevo il tirocinio di ottica applicata
mi è capitato di assistere ad un esperimento
in vivo su un ratto eviscerato, per studiare gli
effetti di un anestetico. Chi comincia l’attività
in un laboratorio non può saperlo, ma è sufficiente
chiederlo subito». E’ elevato il numero
di animali coinvolti in settori “insospettabili”, ci
sono stabulari ovunque e sono innumerevoli
gli esperimenti effettuati. Solo all’Università di
Firenze ogni anno vengono ordinati animali
per migliaia di euro e il problema coinvolge
quasi tutto il mondo universitario italiano. Il più
delle volte studenti e lavoratori non ricorrono
all’obiezione perché non immaginano di trovarsi
nella situazione di dover fare esperimenti su
animali. «Per questo è importante informarsi
bene – ribadisce Valentina Reggioli – senza
vergognarsi, perché non c’è niente di male ad
essere contrari alla vivisezione.Anzi».
Marinella Robba
FONTE:Pelo&Contropelo

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