LEISHMANIOSI CANINA

Cos’è? Chi la trasmette? E’ contagiosa?

La Leishmaniosi è una grave malattia che può colpire il cane (Leishmaniosi viscerale) e l’uomo (Leismaniosi cutanea, mucocutanea, viscerale). È la terza malattia trasmessa da vettori più importante al mondo, si presenta con un’ampia varietà di manifestazioni cliniche che differiscono notevolmente in termini di gravità e impatto sulla salute.

Vettore della Leishmaniosi è il flebotomo che trasmette il microrganismo (protozoo) responsabile della malattia attraverso la puntura. I cani costituiscono il principale ospite e serbatoio per l’infezione dell’uomo ma non è possibile il contagio diretto dal cane all’uomo, da uomo a uomo e da cane a cane, perché per veicolare la malattia è sempre necessario il pappatacio.

vettori leshmaniosi

Dove è diffusa?

La leishmaniosi è generalmente presente nelle zone tropicali e sub-tropicali. ampliamente distribuita in tutto il bacino del Mediterraneo, comprese le isole. Con il riscaldamento globale e la movimentazione dei cani infetti a seguito dei loro proprietari, si assiste sempre più alla comparsa di nuovi focolai come quelli nel nord Italia. La leishmaniosi canina è un grave problema di salute pubblica, in particolare nelle aree endemiche.

Quali sono i sintomi?

  • Lesioni cutanee: progressiva rarefazione del pelo (alopecia) con intensa desquamazione secca, ulcere, erosioni e assenza di prurito.
  • Inappetenza e perdita di peso
  • Linfoadenopatia: ingrossamento dei linfonodi
  • Epistassi: fuoriuscita di sangue dalle narici determinata da ulcere e lesioni della mucosa nasale
  • Lesioni oculari
  • Zoppie
  • Anemia
  • Insufficienza renale
  • Diarrea
  • Onicogrifosi: crescita abnorme e ispessimento delle unghie
kira leshmaniosi

Kira è stata trovata in pessime condizioni, affetta da leshmaniosi. Rimessa in sesto e adottata!

Trattamento

La leishmaniosi canina (CanL) è una patologia molto complessa, il cui trattamento terapeutico rappresenta ancora oggi un problema di non facile soluzione

Prevenzione

Per prevenire la Leishmaniosi è importante ridurre al minimo la possibilità di puntura da parte dei flebotomi, per questo motivo prima di scegliere un prodotto antiparassitario è importante accertarsi che sul foglietto illustrativo sia indicata l’effetto repellente nei confronti dei flebotomi e l’attività di riduzione del rischio di trasmissione di leishmaniosi. E’ opportuno ridurre l’esposizione notturna del cane al parassita, evitando lunghe passeggiate serali e provvedendo a ricoverarlo durante la notte. E’ molto importante anche sottoporre il cane a

 

Leishmaniosi: finalmente il vaccino!

Finalmente il vaccino che consentirà di prevenire il contagio della leishmaniosi nei cani verrà commercializzato in Italia. I tempi di attesa sono finiti, infatti dal mese di aprile 2012 sarà possibile vaccinare i propri cani con il vaccino di nome CaniLeish®, distribuito dalla Virbac.
Il protocollo vaccinale prevede la somministrazione del vaccino in tre inoculazioni sottocutanee, da effettuarsi a distanza di 3 settimane l’una dall’altra, seguite poi da un richiamo annuale. L’immunità inizia 4 settimane dopo la vaccinazione primaria e dura fino a un anno dopo l’ultima vaccinazione. Potranno essere vaccinati tutti i cani di età superiore a sei mesi risultanti negativi al test sierologico.

Vaccino contro la leishmaniosiEFFICACIA E REAZIONI AVVERSE

La sicurezza del vaccino è stata testata nel corso di studi condotti in laboratorio su cani che risultavano negativi alla leishmaniosi, oltre che in uno studio sul campo. Il vaccino risulta generalmente ben tollerato, come si evince dall’assenza di reazioni sistemiche importanti. Il vaccino risulta sicuro sia per i cani negativi alla leishmaniosi sia per quelli infetti.

L’effetto benefico della vaccinazione è stato esaminato in zone con elevato rischio di infezione, dove è stata osservata una diminuzione del rischio di sviluppare un’infezione attiva e una malattia sintomatica in seguito al contatto con il parassita.
Il numero di cani che hanno sviluppato un’infezione attiva e una malattia sintomatica era quindi notevolmente ridotto nel gruppo sottoposto alla vaccinazione.

Nei cani già infetti la vaccinazione non può essere raccomandata, non essendo stata indagata la sua efficacia in queste condizioni. Nei cani che avevano sviluppato la leishmaniosi (infezione attiva o malattia) nonostante la vaccinazione, continuare con la somministrazione del vaccino non ha mostrato alcun beneficio.
Non esiste alcuna possibilità che il vaccino provochi l’infezione, poiché quest’ultimo non contiene parassiti vivi.
Dopo l’iniezione possono verificarsi nel punto di inoculo moderate e transitorie reazioni locali, quali gonfiori, noduli, dolore alla palpazione o eritema (arrossamento). Queste reazioni si risolvono spontaneamente entro 2-10 giorni. Si possono osservare altri segni transitori come ipertermia (aumento della temperatura corporea), apatia (mancanza di vitalità) e disturbi digestivi della durata di 1-6 giorni. Reazioni di tipo allergico sono rare.

CONCLUSIONI

In considerazione della diffusione dell’infezione, della sua natura zoonotica e della difficoltà della terapia, benché i risultati sull’efficacia non abbiano mostrato la protezione completa dei cani vaccinati, si può concludere che la vaccinazione contro la leishmaniosi possa rappresentare un’alternativa valida e/o complementare ai mezzi che già sono a disposizione (terapeutici e profilattici).
Anche se la protezione completa contro la leishmaniosi o l’eradicazione della malattia non sono possibili, questo vaccino è in grado di ridurre il rischio di sviluppare l’infezione attiva e la malattia a livello individuale, e di concorrere a diminuire l’incidenza della malattia al livello della popolazione canina. Inoltre, benché l’impatto epidemiologico globale non possa essere stimato, ci si può aspettare che, in relazione alla leishmaniosi, il miglioramento della situazione nel cane potrà avere un impatto positivo anche sulla salute umana.

Nessun rischio grave è stato associato alla vaccinazione, neanche nei cani già infetti.
In definitiva il consiglio è quello di non sospendere l’uso degli antiparassitari esterni, poichè il vaccino non impedisce che il flebotomo possa trasmettere la Leishmania al cane, quindi è opportuno integrare il sistema di difesa con una doppia azione profilattica: da un lato evitare che la Leishmania arrivi nel cane attraverso l’uso di repellenti e, dall’altro, stimolare il sistema immunitario con il vaccino per impedire che l’infezione attecchisca definitivamente facendo ammalare l’animale.

fonte:http://www.justdog.it

Torsione dello stomaco

Torsione gastrica

La torsione gastrica nel cane, andiamo a vedere cause, sintomi, diagnosi, terapia e prevenzione della patologia nota anche come complesso della dilatazione/torsione dello stomaco nel cane.

La torsione gastrica nel cane o GDV secondo l’acronimo inglese è una grave patologia dei cani che spesso li conduce alla morte. In pratica si ha la dilatazione improvvisa dello stomaco, spesso accompagnata da torsione con conseguente ostruzione dello stomaco. L’organo gonfia, comprime gli organi circostanti, si instaurano alterazioni di circolo ed elettrolitiche e se il proprietario non si accorge in tempo del problema, il cane muore.

Questo è uno di quei casi in cui quando ti accorgi che il cane è in torsione, devi istantaneamente avvisare il tuo veterinario: se lui riuscirà a trovare un equipe chirurgica ti dirà di precipitarti prima di subito in ambulatorio oppure ti indicherà la clinica aperta più vicina. Non è una situazione nel quale dire: “Vediamo come va”,“Adesso devo uscire, vediamo dopo”. Dopo, il cane è morto. O se non è ancora morto, è in condizioni tali da non essere più recuperabile. La torsione gastrica nel cane è un’emergenza veterinaria, questo deve essere chiaro subito.

Cause e fattori predisponenti
Fondamentalmente non si conosce la vera causa della torsione gastrica nel cane, di sicuro è implicata un’alterata motilità intestinale che va poi a sommarsi a precisi fattori predisponenti. Il complesso dilatazione /torsione dello stomaco nel cane inizia quando lo stomaco si dilata troppo con forte produzione di gas. Si parla di dilatazione dello stomaco quando lo stomaco si dilata e basta, di torsione quando ruota su sé stesso, trascinato da una milza aumentata di volume che funge da volano.

Quando accade ciò, il piloro si sposta dalla parte destra dell’addome, passa sotto il corpo dello stomaco e finisce sopra il cardias a sinistra. Questo blocca del tutto il flusso gastrico, lo stomaco si dilata sempre di più e se siete particolarmente sfortunati, anche la milza può finire per torcersi.

Questa distensione dello stomaco provoca a sua volta ostruzione della vena porta e della vena cava caudale, congestione del mesentere, diminuzione della gittata cardiaca, shock grave, CID (Coagulazione Intravasale Disseminata), necrosi dello stomaco e morte. Capito perché dicevo che è un’emergenza veterinaria assoluta?

I fattori predisponenti a una torsione gastrica nel cane sono:

    • cani di taglia media, grande o gigante con torace profondo
    • somministrazione giornaliera del pasto in un’unica soluzione
    • cani che ingeriscono grandi quantità di cibo fermentescibile (pane, pasta, cereali, riso, legumi)
    • cani che bevono troppa acqua durante il pasto, subito prima o subito dopo
  • cani che bevono acqua fredda
  • cani che vengono alimentati subito prima o subito dopo un intenso esercizio fisico
  • cani che mangiano troppo velocemente o con troppa voracità
  • cani che vengono fatti ruotare da una parte all’altra a pancia all’aria

Sintomi

Quando vi accorgete dei segni clinici di una torsione gastrica nel cane, la situazione è già grave. Ecco i sintomi della dilatazione/torsione dello stomaco nel cane:

  • conati di vomito non produttivi
  • forte dolore addominale
  • dilatazione dell’addome visibile chiaramente ad occhio nudo
  • depressione del sensorio
  • inizialmente cane agitato, sbava, saliva molto, guaisce
  • sguardo fisso, dolorante
  • abbattimento

Tutto questo avviene molto rapidamente, nel giro di pochissimo tempo, si parla al massimo di ore. Se il cane vomita da una settimana, non ha una dilatazione dello stomaco, ma una patologia gastrica trascurata, ma soprattutto di sera (la dilatazione/torsione è tipica delle ore serali). Se ho un cane di grossa taglia, a cui ho dato da mangiare un bel pastone pieno di pasta e legumi, che ha bevuto tantissimo e poco dopo il pasto piange, saliva, cerca di vomitare, ma non produce nulla, ecco, probabilmente è in torsione.

Dignosi

La diagnosi di torsione gastrica è prima di tutto clinica, confermata da radiografie ed ecografie. E dalla classica sonorità dell’addome: alla palpazione, se picchiettato, assume un classico suono timpanico. A seconda della gravità del caso, il veterinario proporrà eventuali esami collaterali, più spesso si procede direttamente con la chirurgia, in quanto prima si interviene, meglio è per il cane.

Terapia

La terapia della torsione gastrica è chirurgica. Prima di tutto si cerca di instaurare istantaneamente una terapia contro lo shock, quindi cannula e flebo. Poi si procede a decomprimere lo stomaco. Avete presente quando prima dicevo che si picchietta la parete addominale? Non lo si fa solo per sentire il suono timpanico, ma anche per capire dove cominciare ad inserire un agocannula nello stomaco per far uscire il gas e dare un po’ di sollievo al cane. Se siete ancora col veterinario in questa fase, vedrete inserire un ago in addome e da li sentirete fuoriuscire il gas dallo stomaco, col classico odore di cibo marcio.

Mentre gli esami del sangue procedono, a questo punto si procede decomprimendo lo stomaco con una sonda orogastrica: in pratica si inserisce un tubo in bocca, si cerca di arrivare nello stomaco e di rimuovere il cibo, i liquidi e i gas. Dopo di che viene effettuato un lavaggio con acqua tiepida, sempre nel tentativo di rimuovere il cibo solido che continua a fermentare.

Se però il cane è in torsione e non solo in dilatazione, il tubo non passa ed ecco che allora bisogna ricorrere alla chirurgia: si effettua una laparatomia, si procede a svuotare lo stomaco, lo si riposiziona, si vede il danno necrotico, si decide se asportare o meno la milza, si effettua una gastropessi (si ancora in pratica la parete dello stomaco a quella addominale per prevenire torsioni future: il cane potrà dilatarsi, ma non torcersi).

Se il cane sopravvive a tutto ciò, arrivano i guai del post operatorio, con tutte le complicanze del caso:

    • aritmie cardiache da alterazioni elettrolitiche
    • CID
    • arresto cardiorespiratorio

Se il cane ce la fa (e non sempre accade), ecco che il proprietario dovrà impegnarsi ad alimentare correttamente il cane. Tutto questo normalmente implica il lavoro di almeno tre veterinari, parecchio materiale, ore e ore di lavoro, la gestione del post operatorio, esami di controllo, spesso fuori orario e di notte: questo spiega il perché dei costi di una torsione di stomaco.

Ora, visto tutto quanto, conviene evitare e prevenire la torsione di stomaco. Come? Beh, possiamo di sicuro migliorare la dieta e la modalità di somministrazione del cibo al cane: non esageriamo con la pasta e i cereali, suddividiamo sempre il cibo in almeno due pasti giornalieri, non diamo da bere al cane litri di acqua, soprattutto fredda, appena torna dalla passeggiata, non diamo da mangiare al cane prima e dopo l’attività fisica. Inoltre se sterilizziamo una femmina di taglia grande, possiamo sempre chiedere al veterinario di fare anche la gastropessi con la stessa anestesia, è una pratica molto diffusa ormai.

 

Fonte: re.directrev.com

 

 

Non tutti gli antiparassitari sono uguali (e non tutti vanno bene per il gatto)

Alcuni antiparassitari registrati per gli animali d’affezione contengono delle sostanze incluse nella famiglia delle piretrine e dei piretroidi. Queste classi di molecole sono largamente utilizzate per il controllo degli insetti nocivi sia nella coltivazione (agricoltura e piante ornamentali), che negli ambienti domestici, che sugli animali domestici.
Queste sostanze sono ovviamente tossiche, ma sono molto più tossiche per gli insetti che per i mammiferi e per questo vengono utilizzate anche come antiparassitari esterni per i piccoli animali.

In generale i cani possono manifestare un’intossicazione da piretrine o piretroidi se assumono inavvertitamente queste sostanze per via orale, oppure più raramente a seguito dell’utilizzo di prodotti spot-on se il dosaggio utilizzato è molto maggiore di quello consigliato o se hanno una particolare sensibilità verso tali prodotti.

Il gatto non è però un piccolo cane: ha un metabolismo epatico differente e in soldoni questo significa che un dosaggio che va bene per il cane per il gatto spesso è tossico.
Quindi esistono antiparassitari che hanno una formulazione che va bene sia per i gatti che per i cani (e nelle pipette cambia solo la quantità di sostanza presente), mentre esistono alcuni antiparassitari che si usano tranquillamente sul cane, ma che nel gatto sono fortemente tossici.

Di solito sulle confezioni è riportata la specie a cui il prodotto è destinato e a volte è riportata anche la specie in cui il prodotto non deve essere utilizzato (in un caso sulla confezione c’è proprio un simbolo di divieto con dentro il gatto!!).
Purtroppo a volte l’errore è del proprietario disattento che pensa magari di utilizzare lo stesso prodotto su tutti e due i suoi animali (così ne compra uno solo e non fa confusione….),e non legge bene le indicazioni sulle confezioni, mentre in altri casi il proprietario sa di dover utilizzare due prodotti diversi e si attiene correttamente alle istruzioni…ma poi i suoi due amici si toelettano a vicenda, si stropicciano tra loro manifestandosi tutto il loro reciproco affetto, e il micio si ritrova esposto alla sostanza tossica.

L’intossicazione si manifesta con tremori diffusi, midriasi (le pupille sono dilatate),
ipersalivazione, a volte vomito e diarrea e a volte convulsioni. Soprattutto i gatti a cui sono stati applicati completamente degli spot on registrati solo per cani manifestano segni più violenti, con depressione o eccitazione del sensorio, disorientamento, tremori di diversi gruppi di muscoli (spesso quelli della testa e delle orecchie, ) difficoltà di movimento, ipertermia e convulsioni.
I sintomi di solito compaiono da pochi minuti a qualche ora dopo l’esposizione.
Se vi siete accorti di aver utilizzato per il vostro gatto un antiparassitario “proibito” ( o se solo il vostro cane utilizza un antiparassitario “proibito” per i mici, ma lui e il vostro gatto sono stati sufficientemente “promiscui”) , la prima cosa che dovete fare è sciacquare l’animale con acqua tiepida e sapone per allontanare il tossico e quindi rivolgervi ad un veterinario.

Se l’intossicazione è avvenuta per via orale (e questa evenienza può capitare tanto nel cane che nel gatto ) contattate invece subito il vostro veterinario in modo che sia lui a decidere come procedere.

Anche in questo caso la prevenzione è la soluzione migliore, quindi :

    – Leggete con attenzione il foglietto illustrativo dell’antiparassitario che state utilizzando, soprattutto se lo state utilizzando su un gatto.
    – Tenete sempre sotto chiave gli insetticidi che utilizzate in casa o per il giardino.

Se volete il mio personale consiglio, se avete in casa sia cani che gatti, evitate di utilizzare anche sui cani quei prodotti che non sono registrati anche per i gatti.


Gatto – insufficienza renale e fermenti probiotici

Mi hanno segnalato queste interessanti informazioni, vorrei ringraziare Cristina per averle condivise in rete e ritengo importante diffonderle a mia volta perchè l’insufficienza renale del gatto è una patologia con la quale in molti siamo costretti a combattere.

Leggere attentamente e consultare il proprio veterinario.

Dopo uno studio effettuato per mesi su un farmaco americano (Azodyl) non reperibile in Italia, che basa la sua attività su una sorta di dialisi enterica tramite fermenti probiotici, da due mesi sto somministrando un farmaco simile reperibile in Italia a base degli stessi fermenti probiotici, S. thermophilus, L. acidophilus, B. bifidum, longum e infantis (Simbiox, Marco Antonetto farmaceutici) a due mie gatte in via sperimentale.

Una sana, Cleo 12 anni, e una affetta da insufficienza renale cronica, Camilla 17 anni e mezzo. Oggi in clinica sono arrivati gli esiti del checkup ematico effettuato per controllare lo stato di salute delle gatte.

Le analisi di Cleo sono inalterate e tutte nella norma.

Camilla, in terapia da tempo con Fortekor 2,5 (1 x die), Iken up (1/4 di compressa al giorno), Karenal pet pasta, presentava agli ultimi esami effettuati questa funzionalità renale:

creatinina 4,2 e azotemia 156

Dopo 2 mesi di integrazione con mezza bustina di Simbiox data al mattino mescolata al cibo i valori sono i seguenti:

creatinina 3 e azotemia 42

E’ evidente un effetto positivo dei fermenti probiotici contenuti nel Simbiox che grazie alla loro caratteristica di eliminare le scorie azotate per via intestinale, abbassano in modo significativo i livelli di azotemia ematica e alleggeriscono il lavoro renale incidendo anche su un calo della creatinina.
Camilla clinicamente sta bene, fin da pochi giorni dopo l’inizio della somministrazione del Simbiox non ha più avuto alcun episodio di vomito, ha avuto un aumento dell’appetito che ha portato all’incremento di peso di 550 gr, ha un pelo meno untuoso e squamoso, ha feci regolari e ben formate e appare vivace e attiva.
Sta inoltre assumendo un integratore, l’Iken up, che contiene arginina la quale si lega all’ammoniaca presente nell’organismo e non eliminata dai reni, trasformandola in urea. L’effetto positivo della diminuzione degli effetti gastrolesivi dell’ammoniaca porta però ad un aumento dell’azotemia nel sangue.
In totale assenza di fluidoterapia, essendo Camilla non disidratata, il solo Simbiox ha controllato e diminuito l’azotemia fino ad un terzo del valore precedente.
Mi pare questo un risultato esaltante ed importantissimo.
I fermenti probiotici sono una integrazione terapica nuova nel trattamento della insufficenza renale cronica.
Nella clinica dove hanno visitato Camilla, dato lo stato della gatta, migliorato sensibilmente e le analisi che parlano chiaro, inizieranno la prescrizione di Simbiox agli altri gatti affetti da IRC in cura presso di loro.
Fate presente questa mia relazione ai vostri vet, siamo di fronte ad un aiuto in più, ed un aiuto importante, da dare ai poveri mici malati di reni.

STAMPATE QUESTA PAGINA E COSEGNATELA AI VOSTRI VET.

Note aggiuntive, sempre dell’autrice dell’articolo:

Il Simbiox non può essere usato a scopo preventivo, la migliore prevenzione nei gatti anziani è dare alimenti senior o renal in modo da diminuire le proteine e il fosforo dal cibo.
Uso le bustine e non le compresse, e le ho preferite perchè contengono anche carbonato di calcio che è un legante del fosforo (che tende a salire nelle IRC), e la dose è mezza bustina al giorno per gatto, meglio mescolata al cibo, anche se in uso umano è consigliato a digiuno.
L’acidità gastrica del gatto è maggiore rispetto a quella umana, quindi un integratore a base batterica dato in uno stomaco vuoto stimolerebbe una ipersecrezione gastrica che ucciderebbe gran parte dei batteri, anche se “buoni”.
Mescolando il tutto al cibo credo che invece molti batteri in più supereranno la barriera gastrica giungendo integri nell’intestino.
Se avete domande, dubbi o perplessità non esitate a domandare.

FONTE: www.clinicaveterinaria.org

31 Dicembre 2008

“AGGIORNAMENTI”

La nostra amica Graziella, che ringrazio, ci ha fornito un’importante testimonianza sul Simbiox. La composizione dell’integratore è stata modificata di recente e questa nuova formulazione risulta essere meno efficace rispetto alla precedente, questo è il dato emerso dalle ultime analisi del suo gattino, il veterinario che lo segue gli ha prescritto un altro prodotto, un equivalente dell’Azodyl che si chiama “FLORATTIVA FAST” e si trova in capsule, la posologia e’ sempre di 1/2 capsula al giorno, si puo’ dare ai piccoli anche con un cucchiaino di omogeneizzato che loro gradiscono particolarmente, l’unico problema e’ che puo’ dare problemi di secchezza delle feci, quindi nel caso si verificasse tale problema, occorre integrare anche con dell’altro, lei sta usando Actinorm e si sta trovando bene.

La Piometra

La Piometra è letteralmente l’infezione purulenta dell’utero. In un animale femmina “intero”, cioè non ovarioisterectomizzato, l’utero si può rappresentare con adeguata approssimazione come un sacchetto dotato di due lunghe “corna”, posto nella zona ventro-caudale dell’addome. Quando l’animale non è gravido l’utero è dotato di una cavità quasi “virtuale” e le pareti praticamente si toccano tra loro; in queste circostanze non è palpabile dall’esterno, non è visualizzabile in radiografia ed è difficilmente visibile anche in ecografia.

COS’E’

Quando si ha la piometra l’utero si trasforma letteralmente in una “sacca di pus”, a questo punto ci sono due possibilità: in un caso il pus trova uno sbocco esterno attraverso la cervice uterina aperta e la vagina e quindi fuoriesce appunto all’esterno (si parla in questo caso di “piometra aperta”); nell’altro caso la cervice uterina resta chiusa e il pus rimane chiuso all’interno dell’utero (si parla in questo caso di “piometra chiusa”).
La piometra di solito (ma non è una regola fissa) si presenta in animali adulti, molto spesso a distanza di circa due mesi dal calore – ma come al solito non è una regola ferrea – nella fase del ciclo cosiddetta “diestrale” (quella caratterizzata dall’aumento del progesterone). Tra i fattori scatenanti dell’infezione c’è appunto la stimolazione ormonale cronica sull’utero, data dalla successione nel tempo di diversi cicli estrali ( come avviene normalmente nelle femmine non sterilizzate); questa stimolazione ormonale in alcuni casi modifica la mucosa uterina tanto da renderla più suscettibile all’azione di quei batteri che normalmente sono presenti nell’utero subito dopo il calore. Anche la somministrazione di estrogeni da parte del proprietario o del veterinario per prevenire indesiderate gravidanze rappresenta un fattore predisponente allo sviluppo di questa infezione (uno dei motivi per cui nel nostro ambulatorio consigliamo l’intervento chirurgico di ovarioisterectomia piuttosto che la somministrazione di farmaci). Anche la ritenzione uterina di feti morti (evenienza di cui un proprietario può anche non accorgersi se la morte avviene in una fase abbastanza precoce della gravidanza o se il numero dei feti non è stato identificato prima del parto) può rappresentare una causa di infezione uterina.
La piometra è un’infezione grave, potenzialmente mortale se non diagnosticata e trattata tempestivamente.

SINTOMI E DIAGNOSI

La diagnosi della forma aperta è ovviamente più agevole. È lo stesso proprietario che spesso si accorge dello scolo vulvare, che ha aspetto da siero-emorragico tendenzialmente limpido o appena viscoso a francamente purulento, denso, biancastro o più o meno rosato e di odore spesso fetido.
Quando il pus trova uno sfogo all’esterno, la piometra tende ad essere meno aggressiva e questo, associato spesso ad una diagnosi e ad una terapia più precoce, rende la prognosi più favorevole.
Altro discorso è per la piometra chiusa, infezione spesso subdola e più difficile da diagnosticare.
Il proprietario può notare che il suo animale mangia meno, si stanca più facilmente, a volte manifesta vomito e dolore o distensione addominale. Quasi sempre si presentano poliuria (cioè aumento della produzione di urine), e/o polidipsia (aumento della sete e quindi della quantità di acqua consumata giornalmente). La comparsa dei sintomi o il loro riconoscimento da parte del proprietario possono purtroppo essere tardivi e questo può complicare diagnosi e prognosi.

Una visita precoce dal veterinario può letteralmente salvare la vita al cane: una visita clinica completa, compresa una delicata palpazione dell’addome (troppa energia può causare la rottura dell’utero e una gravissima peritonite conseguente), eventuali esami del sangue (che possono evidenziare, oltre all’infezione, anche alterazioni della funzionalità di alcuni organi, come fegato e reni, spesso legate alla piometra come conseguenza e della disidratazione e della disseminazione di batteri e tossine dall’utero al resto dell’organismo) radiografie dell’addome ed ecografia (esame diagnostico d’elezione nella diagnosi di questa patologia) possono consentire una rapida diagnosi e una rapida terapia.
Se il proprietario invece non si accorge di questi sintomi o non da loro il giusto peso, l’infezione può progredire e l’animale può morire per una grave setticemia (complicazione della sola piometra o della peritonite che può insorgere se l’utero pieno di pus si rompe e si apre nell’addome).

TERAPIA

La terapia della piometra può essere farmacologica o chirurgica. I farmaci utilizzati sono ovviamente antibiotici, ma anche alcune sostanze che favoriscono le contrazioni dell’utero facilitando quindi la fuoriuscita del materiale all’esterno. La chirurgia invece consiste nell’asportazione dell’utero (e spesso delle ovaie laddove siano ancora presenti).
Nel nostro ambulatorio preferiamo la soluzione chirurgica per un paio di ragioni.
Primo perché siamo sicure della corretta risoluzione del problema, mentre la sola terapia antibiotica non garantisce la risoluzione completa dell’infezione e la stimolazione della contrattilità dell’utero qualora questo sia pieno di pus non è esente da rischi come la rottura dell’utero stesso o la fuoriuscita del pus in addome dalle tube di falloppio ( con conseguente grave peritonite purulenta). Secondo perché spesso un animale che ha risolto farmacologicamente una piometra, ha grosse probabilità di andare incontro alla stessa patologia al successivo calore e non necessariamente la diagnosi sarà ancora sufficientemente tempestiva.
Quindi se il vostro animale è intero (e non necessariamente anziano, perché la piometra, benché più raramente, può presentarsi anche in animali giovani) e manifesta qualcuno o tutti i sintomi sopra descritti, o magari non ha chiari sintomi e voi avete solo qualche dubbio, il mio consiglio è di portarlo prima possibile dal vostro veterinario; se non è niente di grave gli avrete fatto fare comunque un controllo, ma se ha una piometra probabilmente gli garantirete un trattamento tempestivo e una prognosi forse più favorevole.

N.d.a. Per semplificare la discussione non ho parlato della “piometra del moncone”, l’infezione purulenta del moncone uterino lasciato in sede dopo la sterilizzazione. È un’evenienza piuttosto rara, ma se dopo la sterilizzazione resta in sede anche parte del corpo uterino oltre alla cervice, questo tessuto, (soprattutto se è rimasto in sede anche del tessuto ovarico funzionante) può andare incontro ad infezione. La patologia, del tutto sovrapponibile alla piometra classica, può essere di difficile diagnosi proprio perchè tendenzialmente più rara.

FONTE: www.veterinariagiustiniana.com

Parvovirosi: malattia dei cuccioli

cuccioli

Andiamo a fare conoscenza con la Parvovirosi canina, le cause, i sintomi, la cura e l’incubazione. Si tratta di una delle malattie più temute da proprietari, allevatori e veterinari, in quanto capace di portare a morte il nostro amato cucciolo in breve tempo. La patologia è provocata da un DNA-virus appartenente alla famiglia Parvoviridae, il CPV-2, distinto in CPV-2a e CPV-2b.

Prima di tutto, questa patologia è nota fin dalla fine degli anni Settanta. Il CPV-2 è capace di resistere sugli oggetti come vestiti e ciotole per anche più di cinque mesi. Questa sua capacità di resistenza nell’ambiente unita alla sua alta contagiosità, spesso determina epidemie mortali fra i cuccioli. Come fa però il cucciolo a contrarre questa malattia? Ci sono due modalità di trasmissione:

  • orizzontale: tramite contatto diretto con feci contaminate, ma anche vestiti, apparecchiature mediche, insetti e roditori possono fungere da vettori. Persino il pelo del cane può portare con sé il virus per lunghi periodi
  • verticale: è la madre infetta a trasmettere al feto la patologia

Per quanto riguarda il periodo di incubazione del CPV-2, in media si è visto che è di 7-14 giorni, ma sperimentalmente si può ridurre anche a 4-5 giorni. Sono più colpiti i cuccioli fra i 30 giorni e i 3 mesi di vita, anche se in realtà forme acute possono colpire cani di qualsiasi razza, sesso ed età. Tuttavia sembra che alcune razze come il Rottweiler, i Labrador, i Dobermann, i Pastori tedeschi, gli Alaskan malamute e gli American Staffordshire terrier siano più sensibili.

Sintomi

Fondamentalmente la Parvovirosi colpisce o l’apparato gastroenterico o il miocardio. La malattia può avere un decorso inapparente, lieve o acuta e mortale, molto dipende dall’età del cucciolo, dallo stato del suo sistema immunitario, dalla razza.

I sintomi più comuni di Parvovirosi sono:

Enterite parvovirale
vomito grave

diarrea con feci liquide, giallo-grigiastre con forte presenza di sangue che provoca un odore caratteristico

  • anoressia
  • disidratazione
  • febbre alta, anche 40-41°
  • leucopenia
  • morte anche in due giorni, per infezioni secondarie e CID (Coagulazione Intravasale Disseminata)
  • raramente sintomi neurologici, ma non provocati direttamente dal virus, bensì dalla CID che causa emorragie nel Sistema Nervoso Centrale o dall’ipoglicemia

Miocardite

Questo tipo di infezione si sviluppa o quando la madre trasmette la malattia durante la vita intra-uterina o quando i cuccioli si infettano a età inferiore alle 8 settimane di vita. Occhio che in questo caso spesso vengono colpiti tutti i cuccioli della cucciolata e che si può sviluppare o subito una forma miocardica o a seguito di una forma enterica. I sintomi sono:

  • morte improvvisa
  • episodio breve di dispnea, lamenti, conati di vomito e morte
  • insufficienza cardiaca congestizia, preceduta o meno da lieve diarrea, che si manifesta in cuccioli fra le 6 settimane e i 6 mesi di vita

Diagnosi

Parliamo ora brevemente della diagnosi di Parvovirosi. Prima di tutto si basa sui sintomi: se è vero che una diarrea emorragica maleodorante improvvisa in un cucciolo possa avere anche altre cause, un campanellino d’allarme lo fa venire. Poi si può preocedere in diversi modi. Ci sono dei test Elisa che valutano la presenza della malattia sulle feci, solo che il periodo di disseminazione fecale dura massimo 10-12 giorni dopo l’insorgenza della malattia, quindi contate 5-7 giorni da quando la malattia è manifesta. Attenzione che se salta fuori una positività, ma il cucciolo è stato vaccinato con un vaccino attenuato ci può essere una falsa positività. E poi si possono cercare gli anticorpi nel sangue, ma deve esserci stata la sieroconversione.

Se è possibile, si può procedere anche con esami ematologici completi con emocromo e biochimico, però spesso i cuccioli sono così defedati da causare qualche problema ad effettuare un prelievo. E ovviamente, se si ha una cucciolata con cagnolini morti per un sospetto di Parvovirosi, si può portare il corpo all’Istituto Zooprofilattico dove effettueranno autopsia ed esami istologici sui tessuti.

Cura e terapia

Il guaio della Parvovirosi è che, essendo una malattia virale, non esiste una terapia specifica. Inoltre la malattia nella maggior parte dei casi è mortale, anche quando viene adottata la terapia di sostengo. Quindi scopo della cura è quello di sostenere l’organismo del cucciolo nell’attesa che il virus faccia il suo decorso. Bisognerà di sicuro correggere la disidratazione, valutando però bene di non esagerare a causa della possibilità di sviluppare edema polmonare per i troppi fludi associati a una perdita di albumine con la diarrea. Si aggiungono poi antibiotici per le infezioni secondari, prodotti per tenere sotto controllo, nei limiti del possibile, il vomito e la diarrea.

Inoltre quando si riesce a bloccare il vomito e la diarrea, il veterinario valuterà se fare osservare un periodo di digiuno con introduzione graduale del cibo e dell’acqua.

Prevenzione 

Visto che il detto ‘prevenire è meglio che curare’ ha sempre una sua validità, prima di tutto non bisogna mai e poi mai prendere cuccioli che arrivano dall’Est Europa: lì è quasi garantito beccarsi una qualche patologia potenzialmente fatale.

Poi bisognerebbe evitare di far camminare cuccioli non vaccinati dove possono passare cani malati: il rischio è troppo alto. E poi ricordatevi di seguire fedelmente il programma vaccinale che vi propone il vostro veterinario: è fondamentale per evitare che si scatenino epidemie di Parvovirosi.

Se poi avete avuto in casa un cucciolo che è purtroppo morto di Parvorirosi, non cedete alla tentazione di prenderne subito un altro: il virus persiste nell’ambiente per mesi e mesi, quindi conviene disinfettare con ipoclorito di sodio più e più volte, per tempi prolungati.

 Fonte: http://www.petsblog.it/post/23763/parvovirosi-canina-sintomi-cura-e-incubazione-veterinario-petsblog

FUS sindrome nel gatto

 

ANATOMIA: Kidney sono i reni, Bladder è la vescica. Questa illustrazione rappresenta dei calcoli vescicali.


Esiste una sindrome del gatto, chiamata FUS o FLUDT, caratterizzata dalla difficoltà ad urinare normalmente. Facciamo un richiamo , purtroppo necessario ma veloce, di anatomia. L’urina è prodotta dai reni; due piccoli tubicini, gli ureteri, portano l’urina dai reni alla vescica, che è una specie di “sacca di raccolta”. Quando la vescica è abbastanza distesa il gatto volontariamente la spreme e un altro piccolo tubicino, l’uretra, porta l’urina all’esterno. La FUS è quella sindrome per cui l’uretra, l’ultimo “tubicino” del sistema, per qualche motivo si ostruisce e il gatto non riesce più a svuotare normalmente la vescica. Le cause sono varie: traumi, piccoli calcoli, infezioni, contrazioni anomale dei muscoli, ma il risultato è sempre lo stesso. Il povero gatto di solito va continuamente sulla lettiera e si preme a lungo, non riuscendo a produrre che poche gocce di pipì ( e a volte neppure quelle), che il più delle volte sono rosse o rosate per la presenza di sangue (si parla genericamente di “disuria” quando il gatto ha difficoltà ad urinare). Molti proprietari che vedono indugiare il gatto nella cassetta possono erroneamente pensare che si tratti di difficoltà nel fare le feci, soprattutto se poi la lettiera è comunque bagnata dalla poca pipì prodotta.Non di rado la persistenza del micio nella lettiera è accompagnata da lamenti, anche perché spesso la FUS è dolorosa come lo è la abnorme distensione della vescica che non si svuota più come dovrebbe. I proprietari possono notare anche che il gatto passa molto tempo a toelettarsi nervosamente la zona dei genitali, oppure a volte notano che il gatto inizia a fare pipì fuori dalla lettiera. Con il passare del tempo di solito la situazione peggiora e il ristagno della pipì può iniziare a dare altri sintomi al povero micio, anche perchè tutte le sostanze che vengono eliminate con la pipì si accumulano nell’organismo e poi a lungo andare anche i reni possono essere danneggiati dal mancato deflusso dell’urina. Il povero gatto, che continua a manifestare i suoi problemi con la lettiera, diventa anche svogliato nel mangiare, apatico, debole e spesso inizia a vomitare.

Se il proprietario non si accorge che il suo gatto ha bisogno di aiuto e non lo accompagna velocemente dal veterinario possono comparire ulteriori gravi complicazioni, come insufficienza renale (i reni smettono di funzionare come dovrebbero) e alterazioni cardiache. Nei casi più avanzati, per una piccola compressione sull’addome la vescica può rompersi e la pipì può finire libera nell’addome.
Le cause della FUS possono essere come già detto molte: traumi, infezioni, errori alimentari, predisposizione genetica, problemi neurologici, ma sembra che uno stress cronico e importante possa rappresentare concretamente un fattore predisponente.
Se il proprietario ha il sospetto che Micio possa avere difficoltà ad urinare lo deve portare immediatamente dal veterinario. Di solito si interviene inserendo un piccolo catetere attraverso l’uretra nella vescica del gatto, così da svuotarla e si coglie l’occasione per fare anche un esame delle urine che può dare utili informazioni sulla causa della malattia o che può comunque orientare la terapia. Quindi il più delle volte si lascia il catetere in sede per qualche giorno, per consentire il corretto deflusso della pipì e, se necessario, per fare dei lavaggi della vescica. Al momento della visita il veterinario può cogliere l’occasione per fare anche un prelievo di sangue per stabilire se ci sia già stato un danno renale o delle alterazioni che comunque richiedano una appropriata fluidoterapia endovenosa. In alcuni casi può essere necessaria anche una lastra o un’ecografia all’addome come ulteriore passo diagnostico. La necessità di altre terapie di solito è stabilita sulla base di un corretto esame delle urine. Nella quasi totalità dei casi si instaura un nuovo regime dietetico, affidandosi a diete fatte ad hoc per mici che hanno questo tipo si problemi.
È importante che il proprietario sia correttamente informato sul fatto che spesso un micio che si è ostruito, anche dopo una corretta e fausta risoluzione del problema, può facilmente andare incontro a recidive; a distanza di giorni, mesi o anni il problema può ripresentarsi. Quindi non bisogna mai abbassare la guardia convinti che il proprio amico sia definitivamente guarito.
In alcuni casi, quando le recidive sono frequenti, e non è possibile gestirle correttamente solo con dieta e farmaci, è consigliato un intervento chirurgico, “l’ureterostomia”, che consente di modificare lo sbocco dell’uretra del gatto e di solito garantisce risultati duraturi.

FONTE: www.veterinariagiustiniana.com

Gattini e Panleucopenia

La fonte più importante di contagio è rappresentata dalle feci e dalle urine di animali infetti in forma acuta. Ma anche gatti convalescenti o gatti che non presentano sintomi possono diffondere l’infezione nell’ambiente, essendo portatori sani del virus.

 

Descritta sin dagli anni 30, la Panleucopenia Felina è una malattia infettiva del gatto, sostenuta da un piccolo virus, per questo detto «Parvovirus». È molto contagiosa e spesso porta a morte numerosi cuccioli.

I sintomi principali sono a carico del sangue, in cui diminuisce il numero di globuli bianchi, e dell’intestino, che si presenta molto infiammato.

 

Le cause

I Parvovirus del gatto sembrano essere fortemente imparentati con i Parvovirus del cane e del visone. Sono virus molto resistenti al calore e in grado di sopravvivere per mesi nell’ambiente.

Colpiscono soprattutto il gatto ed i suoi cugini selvatici, come i leopardi, le tigri, le pantere ed i leoni. In laboratorio, invece, si è riusciti ad infettare anche visoni e piccoli furetti.

L’infezione

L’infezione si contrae o per ingestione o per inalazione del virus. La replicazione del virus avviene nel sangue, nella bocca, in faringe, nel midollo osseo e nell’intestino. Ma il virus si può riscontrare anche a livello del fegato, del pancreas e del rene, in cui permane anche dopo la guarigione dell’animale.

In caso di gravidanza, il virus può passare al feto attraverso il sangue della madre, andando ad attaccare gli abbozzi embrionali di cervelletto e retina, con conseguente aborto o riassorbimento embrionale. Se, invece, i gattini riescono a nascere, molto spesso risultano già infetti e portatori di difetti congeniti, che ne causeranno la morte.

Come si diffonde

La fonte più importante di contagio è rappresentata dalle feci e dalle urine di animali infetti in forma acuta. Ma anche gatti convalescenti o gatti che non presentano sintomi possono diffondere l’infezione nell’ambiente, essendo portatori sani del virus.

Un’ulteriore possibilità di contagio sarebbe forse rappresentata dalla trasmissione dell’infezione tramite vettori, cioè attraverso pulci che, durante un pasto di sangue su un gatto infetto, abbiano ingerito il virus.

Il vaccino

Comunemente si usano vaccini allestiti sia con virus attenuati, sia con virus uccisi.

I primi sviluppano rapidamente un grande numero di anticorpi, motivo per cui sono molto utili nel caso di soggetti a rischio, ma non nel caso di femmine gravide o di gattini sotto le 3 settimane di età; i secondi, invece, essendo più sicuri perché il virus è del tutto inattivato, sono i più utilizzati.

Di solito si vaccina così: 2 interventi a distanza di 3 settimane a partire dalle 10 settimane di età, con richiami annuali almeno nei primi anni di vita del gattino. Poi, con l’aumentare dell’età del gatto, diminuirà il rischio di contrarre l’infezione.

A cura della Dr.ssa Maurizia Pallante

FONTE: www.vet-in-time.it

L’otoacariasi o rogna otodettica del cane e gatto

Quando il vostro cane o gatto si gratta l’orecchio, scuote la testa, tiene il capo reclinato da una lato, va fatto esaminare con urgenza: di solito la causa è proprio un problema alle orecchie, che determina un’infiammazione di questi organi, il cui termine medico è otite.

Nel campo delle otiti ve ne sono di differenti origini: da corpo estraneo, batteriche, micotiche e alcune di origine parassitaria, ovvero causate dalla presenza di piccoli acari che vivono nel condotto uditivo, nutrendosi di cerume e detriti cellulari; quindi di per sé banali e benigne se trattate precocemente; ma che, se non curate adeguatamente, possono dar luogo ad un’ulteriore evoluzione della patologia originaria, anche nota come rogna otodettica (a causa del forte prurito), in otiti complicate, molto più serie e più gravi per l’organo stesso, in quanto possono arrivare sino alla compromissione della funzione uditiva.

Esistono diversi tipi di acari che possono invadere il condotto uditivo di cani, cuccioli, gatti e gattini. Comunque nei cuccioli e nei gattini il più comune acaro dell’orecchio è senz’altro l’Otodectes cynotis.

Si tratta di acari psoroptici, dalle tipiche zampe lunghe, di colore bianco (riconoscibili facilmente se esaminati con l’ausilio di una lente di ingrandimento, come quella dell’otoscopio) liberi di muoversi e dotati, da adulti, di 4 paia di arti.

Il loro ciclo vitale (uovo-larva esapode-protoninfa-deutoninfa-adulto) dura circa tre settimane, e la durata complessiva della loro vita da adulti è approssimativamente di due mesi. La trasmissione avviene solitamente per contatto diretto o più raramente indiretto, attraverso l’ambiente (cucce, coperte, tappeti, ecc.), dove però possono sopravvivere al massimo per alcune settimane.

La caratteristica principale è la mancanza di specie-specificità, ovvero gli stessi acari possono infestare indifferentemente sia i gatti che i cani. A questo proposito si ritiene che il 50% o più della totalità delle otiti del gatto ed il 10% di quelle del cane siano causati da acari auricolari. Le infestazioni nei felini (che appaiono essere di gran lunga i più predisposti) variano differentemente da Paese a Paese con valori di appena 3,5% in Australia e fino al 75% negli Stati Uniti.

Ad ogni modo nella diagnosi e nel trattamento degli acari dell’orecchio non è particolarmente importante identificare esattamente e scientificamente il tipo di acaro presente. Abitualmente, infatti, questi parassiti vengono semplicemente chiamati acari dell’orecchio. Inoltre, contrariamente a quanto comunemente si crede, tali acari possono vivere, oltre che nell’orecchio, ovunque sul corpo degli animali, e in particolare su collo, groppa e coda. Gli acari dell’orecchio sono estremamente contagiosi e particolarmente diffusi nei giovani. Si possono trasferire dal corpo della madre a quello dei figli.

Addirittura sembra che le stesse pulci possano veicolarli, trasportando, adesi su di sé, sia gli acari che le loro uova! Inoltre, proprio per la mancanza di specie-specificità che li contraddistingue, possono essere facilmente trasmessi dai cani e gatti infestati agli altri animali domestici, quali conigli, criceti, topi, furetti, ecc. Il periodo d’incubazione (ovvero il tempo che intercorre dal contagio alla manifestazione dei sintomi) varia da una a due settimane. L’uomo, invece, non viene infestato e pertanto questa non può considerarsi una zoonosi.

I cuccioli e i gattini con gli acari auricolari si grattano la zona intorno alle orecchie e/o scuotono la testa in continuazione, dal momento che questi parassiti causano un’intensa irritazione, oltre che per la loro azione meccanica diretta, sembra anche per lo scatenamento di una vera e propria reazione allergica (a questo proposito si è riscontrata una reazione allergica crociata con gli acari della polvere di cui sono lontani parenti).

L’entità di queste manifestazioni sembra comunque essere indipendente dalla carica infestante; in quanto è dovuta principalmente alla reazione dell’organismo ospite e alla sua diversa sensibilità: può infatti decorrere indifferentemente in forma silente (dal punto di vista del prurito) oppure si può avere un lieve fastidio o al contrario un prurito intenso con lesioni da grattamento anche serie sino alle forme più gravi che possono esitare in vere e proprie crisi epilettiche.

Nello stadio avanzato della malattia, si può riscontrare un sanguinamento dei condotti uditivi, al cui interno si osserva la presenza di sangue (fresco o coagulato) e a volte anche esternamente sono visibili spesse croste bruno rossastre attorno e all’interno dei padiglioni auricolari. Il sangue secco è molto simile ai fondi di caffè; pertanto se scrutate nelle orecchie del vostro animale e notate l’accumulo di un materiale simile, probabilmente sono presenti degli acari, benché sia anche possibile una concomitante infezione batterica e/o da lieviti.

L’infestazione da acari dunque è una malattia comune che non va tuttavia sottovalutata. Se non vengono trattati infatti, questi parassiti danneggiano gravemente (direttamente o indirettamente) il condotto uditivo ed il timpano, causando perdite di udito permanenti oppure, a causa dello scuotimento continuo e violento delle orecchie, si può arrivare alla rottura dei capillari del padiglione auricolare con conseguente otoematoma, che richiede, nella maggior parte dei casi, una terapia chirurgica per la sua risoluzione.

Nei casi in cui l’infestazione si spinge anche al di fuori dall’orecchio, l’animale a volte si gratta le zone colpite, altre volte no. In commercio si trovano molte preparazioni per uccidere gli acari. Questi prodotti contengono un insetticida, di solito piretrine, carbammati, organofosforici o altre sostanze di sintesi più recenti, con analoga funzione.

I prodotti per le orecchie che non contengono insetticidi non elimineranno gli acari e per questo è inutile usare prodotti umani che ovviamente non contengono tali sostanze. A seconda del farmaco usato poi, può essere necessario trattare le orecchie per 1 – 3 settimane e comunque sino alla completa scomparsa degli acari.

Come già ricordato, molti acari delle orecchie vivono sull’intera superficie del corpo dell’animale, comprese le zampe e la coda, per cui a volte si rende necessario trattare anche queste zone. In questo caso saranno efficaci prodotti studiati per le pulci e le zecche come spray, spot-on, e shampoo che contengono una delle sostanze sopracitate.

Verificate accuratamente di utilizzare prodotti approvati specificamente per i gatti quando trattate tali animali (perché spesso quelli usati per i cani sono tossici per il gatto) e soprattutto abbiate cura di trattare anche la coda. Oltre alle orecchie è proprio questa, infatti, che arrotolandosi attorno al corpo del gatto durante il sonno, risulta essere una delle parti più a stretto contatto con le orecchie. Essendo gli acari facilmente trasmissibili tra tutti gli animali domestici, è opportuno trattare contemporaneamente tutti quelli che vivono nella stessa casa.

Molti tipi di acari non sopravvivono a lungo fuori dagli animali, e quindi, di solito, non occorre trattare anche la casa ed il cortile. Ad ogni modo ovviamente seguite sempre le indicazioni e i consigli che solo il vostro veterinario è in grado di darvi, una volta esaminato il vostro animale e fatta la corretta diagnosi, prescrivendovi i prodotti più indicati e dandovi direttive precise su come comportarvi caso per caso.

A cura del dr. Antonio Sessa

FONTE: astrovet.blogspot.com