LEISHMANIOSI CANINA

Cos’è? Chi la trasmette? E’ contagiosa?

La Leishmaniosi è una grave malattia che può colpire il cane (Leishmaniosi viscerale) e l’uomo (Leismaniosi cutanea, mucocutanea, viscerale). È la terza malattia trasmessa da vettori più importante al mondo, si presenta con un’ampia varietà di manifestazioni cliniche che differiscono notevolmente in termini di gravità e impatto sulla salute.

Vettore della Leishmaniosi è il flebotomo che trasmette il microrganismo (protozoo) responsabile della malattia attraverso la puntura. I cani costituiscono il principale ospite e serbatoio per l’infezione dell’uomo ma non è possibile il contagio diretto dal cane all’uomo, da uomo a uomo e da cane a cane, perché per veicolare la malattia è sempre necessario il pappatacio.

vettori leshmaniosi

Dove è diffusa?

La leishmaniosi è generalmente presente nelle zone tropicali e sub-tropicali. ampliamente distribuita in tutto il bacino del Mediterraneo, comprese le isole. Con il riscaldamento globale e la movimentazione dei cani infetti a seguito dei loro proprietari, si assiste sempre più alla comparsa di nuovi focolai come quelli nel nord Italia. La leishmaniosi canina è un grave problema di salute pubblica, in particolare nelle aree endemiche.

Quali sono i sintomi?

  • Lesioni cutanee: progressiva rarefazione del pelo (alopecia) con intensa desquamazione secca, ulcere, erosioni e assenza di prurito.
  • Inappetenza e perdita di peso
  • Linfoadenopatia: ingrossamento dei linfonodi
  • Epistassi: fuoriuscita di sangue dalle narici determinata da ulcere e lesioni della mucosa nasale
  • Lesioni oculari
  • Zoppie
  • Anemia
  • Insufficienza renale
  • Diarrea
  • Onicogrifosi: crescita abnorme e ispessimento delle unghie
kira leshmaniosi

Kira è stata trovata in pessime condizioni, affetta da leshmaniosi. Rimessa in sesto e adottata!

Trattamento

La leishmaniosi canina (CanL) è una patologia molto complessa, il cui trattamento terapeutico rappresenta ancora oggi un problema di non facile soluzione

Prevenzione

Per prevenire la Leishmaniosi è importante ridurre al minimo la possibilità di puntura da parte dei flebotomi, per questo motivo prima di scegliere un prodotto antiparassitario è importante accertarsi che sul foglietto illustrativo sia indicata l’effetto repellente nei confronti dei flebotomi e l’attività di riduzione del rischio di trasmissione di leishmaniosi. E’ opportuno ridurre l’esposizione notturna del cane al parassita, evitando lunghe passeggiate serali e provvedendo a ricoverarlo durante la notte. E’ molto importante anche sottoporre il cane a

 

Leishmaniosi: finalmente il vaccino!

Finalmente il vaccino che consentirà di prevenire il contagio della leishmaniosi nei cani verrà commercializzato in Italia. I tempi di attesa sono finiti, infatti dal mese di aprile 2012 sarà possibile vaccinare i propri cani con il vaccino di nome CaniLeish®, distribuito dalla Virbac.
Il protocollo vaccinale prevede la somministrazione del vaccino in tre inoculazioni sottocutanee, da effettuarsi a distanza di 3 settimane l’una dall’altra, seguite poi da un richiamo annuale. L’immunità inizia 4 settimane dopo la vaccinazione primaria e dura fino a un anno dopo l’ultima vaccinazione. Potranno essere vaccinati tutti i cani di età superiore a sei mesi risultanti negativi al test sierologico.

Vaccino contro la leishmaniosiEFFICACIA E REAZIONI AVVERSE

La sicurezza del vaccino è stata testata nel corso di studi condotti in laboratorio su cani che risultavano negativi alla leishmaniosi, oltre che in uno studio sul campo. Il vaccino risulta generalmente ben tollerato, come si evince dall’assenza di reazioni sistemiche importanti. Il vaccino risulta sicuro sia per i cani negativi alla leishmaniosi sia per quelli infetti.

L’effetto benefico della vaccinazione è stato esaminato in zone con elevato rischio di infezione, dove è stata osservata una diminuzione del rischio di sviluppare un’infezione attiva e una malattia sintomatica in seguito al contatto con il parassita.
Il numero di cani che hanno sviluppato un’infezione attiva e una malattia sintomatica era quindi notevolmente ridotto nel gruppo sottoposto alla vaccinazione.

Nei cani già infetti la vaccinazione non può essere raccomandata, non essendo stata indagata la sua efficacia in queste condizioni. Nei cani che avevano sviluppato la leishmaniosi (infezione attiva o malattia) nonostante la vaccinazione, continuare con la somministrazione del vaccino non ha mostrato alcun beneficio.
Non esiste alcuna possibilità che il vaccino provochi l’infezione, poiché quest’ultimo non contiene parassiti vivi.
Dopo l’iniezione possono verificarsi nel punto di inoculo moderate e transitorie reazioni locali, quali gonfiori, noduli, dolore alla palpazione o eritema (arrossamento). Queste reazioni si risolvono spontaneamente entro 2-10 giorni. Si possono osservare altri segni transitori come ipertermia (aumento della temperatura corporea), apatia (mancanza di vitalità) e disturbi digestivi della durata di 1-6 giorni. Reazioni di tipo allergico sono rare.

CONCLUSIONI

In considerazione della diffusione dell’infezione, della sua natura zoonotica e della difficoltà della terapia, benché i risultati sull’efficacia non abbiano mostrato la protezione completa dei cani vaccinati, si può concludere che la vaccinazione contro la leishmaniosi possa rappresentare un’alternativa valida e/o complementare ai mezzi che già sono a disposizione (terapeutici e profilattici).
Anche se la protezione completa contro la leishmaniosi o l’eradicazione della malattia non sono possibili, questo vaccino è in grado di ridurre il rischio di sviluppare l’infezione attiva e la malattia a livello individuale, e di concorrere a diminuire l’incidenza della malattia al livello della popolazione canina. Inoltre, benché l’impatto epidemiologico globale non possa essere stimato, ci si può aspettare che, in relazione alla leishmaniosi, il miglioramento della situazione nel cane potrà avere un impatto positivo anche sulla salute umana.

Nessun rischio grave è stato associato alla vaccinazione, neanche nei cani già infetti.
In definitiva il consiglio è quello di non sospendere l’uso degli antiparassitari esterni, poichè il vaccino non impedisce che il flebotomo possa trasmettere la Leishmania al cane, quindi è opportuno integrare il sistema di difesa con una doppia azione profilattica: da un lato evitare che la Leishmania arrivi nel cane attraverso l’uso di repellenti e, dall’altro, stimolare il sistema immunitario con il vaccino per impedire che l’infezione attecchisca definitivamente facendo ammalare l’animale.

fonte:http://www.justdog.it

Torsione dello stomaco

Torsione gastrica

La torsione gastrica nel cane, andiamo a vedere cause, sintomi, diagnosi, terapia e prevenzione della patologia nota anche come complesso della dilatazione/torsione dello stomaco nel cane.

La torsione gastrica nel cane o GDV secondo l’acronimo inglese è una grave patologia dei cani che spesso li conduce alla morte. In pratica si ha la dilatazione improvvisa dello stomaco, spesso accompagnata da torsione con conseguente ostruzione dello stomaco. L’organo gonfia, comprime gli organi circostanti, si instaurano alterazioni di circolo ed elettrolitiche e se il proprietario non si accorge in tempo del problema, il cane muore.

Questo è uno di quei casi in cui quando ti accorgi che il cane è in torsione, devi istantaneamente avvisare il tuo veterinario: se lui riuscirà a trovare un equipe chirurgica ti dirà di precipitarti prima di subito in ambulatorio oppure ti indicherà la clinica aperta più vicina. Non è una situazione nel quale dire: “Vediamo come va”,“Adesso devo uscire, vediamo dopo”. Dopo, il cane è morto. O se non è ancora morto, è in condizioni tali da non essere più recuperabile. La torsione gastrica nel cane è un’emergenza veterinaria, questo deve essere chiaro subito.

Cause e fattori predisponenti
Fondamentalmente non si conosce la vera causa della torsione gastrica nel cane, di sicuro è implicata un’alterata motilità intestinale che va poi a sommarsi a precisi fattori predisponenti. Il complesso dilatazione /torsione dello stomaco nel cane inizia quando lo stomaco si dilata troppo con forte produzione di gas. Si parla di dilatazione dello stomaco quando lo stomaco si dilata e basta, di torsione quando ruota su sé stesso, trascinato da una milza aumentata di volume che funge da volano.

Quando accade ciò, il piloro si sposta dalla parte destra dell’addome, passa sotto il corpo dello stomaco e finisce sopra il cardias a sinistra. Questo blocca del tutto il flusso gastrico, lo stomaco si dilata sempre di più e se siete particolarmente sfortunati, anche la milza può finire per torcersi.

Questa distensione dello stomaco provoca a sua volta ostruzione della vena porta e della vena cava caudale, congestione del mesentere, diminuzione della gittata cardiaca, shock grave, CID (Coagulazione Intravasale Disseminata), necrosi dello stomaco e morte. Capito perché dicevo che è un’emergenza veterinaria assoluta?

I fattori predisponenti a una torsione gastrica nel cane sono:

    • cani di taglia media, grande o gigante con torace profondo
    • somministrazione giornaliera del pasto in un’unica soluzione
    • cani che ingeriscono grandi quantità di cibo fermentescibile (pane, pasta, cereali, riso, legumi)
    • cani che bevono troppa acqua durante il pasto, subito prima o subito dopo
  • cani che bevono acqua fredda
  • cani che vengono alimentati subito prima o subito dopo un intenso esercizio fisico
  • cani che mangiano troppo velocemente o con troppa voracità
  • cani che vengono fatti ruotare da una parte all’altra a pancia all’aria

Sintomi

Quando vi accorgete dei segni clinici di una torsione gastrica nel cane, la situazione è già grave. Ecco i sintomi della dilatazione/torsione dello stomaco nel cane:

  • conati di vomito non produttivi
  • forte dolore addominale
  • dilatazione dell’addome visibile chiaramente ad occhio nudo
  • depressione del sensorio
  • inizialmente cane agitato, sbava, saliva molto, guaisce
  • sguardo fisso, dolorante
  • abbattimento

Tutto questo avviene molto rapidamente, nel giro di pochissimo tempo, si parla al massimo di ore. Se il cane vomita da una settimana, non ha una dilatazione dello stomaco, ma una patologia gastrica trascurata, ma soprattutto di sera (la dilatazione/torsione è tipica delle ore serali). Se ho un cane di grossa taglia, a cui ho dato da mangiare un bel pastone pieno di pasta e legumi, che ha bevuto tantissimo e poco dopo il pasto piange, saliva, cerca di vomitare, ma non produce nulla, ecco, probabilmente è in torsione.

Dignosi

La diagnosi di torsione gastrica è prima di tutto clinica, confermata da radiografie ed ecografie. E dalla classica sonorità dell’addome: alla palpazione, se picchiettato, assume un classico suono timpanico. A seconda della gravità del caso, il veterinario proporrà eventuali esami collaterali, più spesso si procede direttamente con la chirurgia, in quanto prima si interviene, meglio è per il cane.

Terapia

La terapia della torsione gastrica è chirurgica. Prima di tutto si cerca di instaurare istantaneamente una terapia contro lo shock, quindi cannula e flebo. Poi si procede a decomprimere lo stomaco. Avete presente quando prima dicevo che si picchietta la parete addominale? Non lo si fa solo per sentire il suono timpanico, ma anche per capire dove cominciare ad inserire un agocannula nello stomaco per far uscire il gas e dare un po’ di sollievo al cane. Se siete ancora col veterinario in questa fase, vedrete inserire un ago in addome e da li sentirete fuoriuscire il gas dallo stomaco, col classico odore di cibo marcio.

Mentre gli esami del sangue procedono, a questo punto si procede decomprimendo lo stomaco con una sonda orogastrica: in pratica si inserisce un tubo in bocca, si cerca di arrivare nello stomaco e di rimuovere il cibo, i liquidi e i gas. Dopo di che viene effettuato un lavaggio con acqua tiepida, sempre nel tentativo di rimuovere il cibo solido che continua a fermentare.

Se però il cane è in torsione e non solo in dilatazione, il tubo non passa ed ecco che allora bisogna ricorrere alla chirurgia: si effettua una laparatomia, si procede a svuotare lo stomaco, lo si riposiziona, si vede il danno necrotico, si decide se asportare o meno la milza, si effettua una gastropessi (si ancora in pratica la parete dello stomaco a quella addominale per prevenire torsioni future: il cane potrà dilatarsi, ma non torcersi).

Se il cane sopravvive a tutto ciò, arrivano i guai del post operatorio, con tutte le complicanze del caso:

    • aritmie cardiache da alterazioni elettrolitiche
    • CID
    • arresto cardiorespiratorio

Se il cane ce la fa (e non sempre accade), ecco che il proprietario dovrà impegnarsi ad alimentare correttamente il cane. Tutto questo normalmente implica il lavoro di almeno tre veterinari, parecchio materiale, ore e ore di lavoro, la gestione del post operatorio, esami di controllo, spesso fuori orario e di notte: questo spiega il perché dei costi di una torsione di stomaco.

Ora, visto tutto quanto, conviene evitare e prevenire la torsione di stomaco. Come? Beh, possiamo di sicuro migliorare la dieta e la modalità di somministrazione del cibo al cane: non esageriamo con la pasta e i cereali, suddividiamo sempre il cibo in almeno due pasti giornalieri, non diamo da bere al cane litri di acqua, soprattutto fredda, appena torna dalla passeggiata, non diamo da mangiare al cane prima e dopo l’attività fisica. Inoltre se sterilizziamo una femmina di taglia grande, possiamo sempre chiedere al veterinario di fare anche la gastropessi con la stessa anestesia, è una pratica molto diffusa ormai.

 

Fonte: re.directrev.com

 

 

La Piometra

La Piometra è letteralmente l’infezione purulenta dell’utero. In un animale femmina “intero”, cioè non ovarioisterectomizzato, l’utero si può rappresentare con adeguata approssimazione come un sacchetto dotato di due lunghe “corna”, posto nella zona ventro-caudale dell’addome. Quando l’animale non è gravido l’utero è dotato di una cavità quasi “virtuale” e le pareti praticamente si toccano tra loro; in queste circostanze non è palpabile dall’esterno, non è visualizzabile in radiografia ed è difficilmente visibile anche in ecografia.

COS’E’

Quando si ha la piometra l’utero si trasforma letteralmente in una “sacca di pus”, a questo punto ci sono due possibilità: in un caso il pus trova uno sbocco esterno attraverso la cervice uterina aperta e la vagina e quindi fuoriesce appunto all’esterno (si parla in questo caso di “piometra aperta”); nell’altro caso la cervice uterina resta chiusa e il pus rimane chiuso all’interno dell’utero (si parla in questo caso di “piometra chiusa”).
La piometra di solito (ma non è una regola fissa) si presenta in animali adulti, molto spesso a distanza di circa due mesi dal calore – ma come al solito non è una regola ferrea – nella fase del ciclo cosiddetta “diestrale” (quella caratterizzata dall’aumento del progesterone). Tra i fattori scatenanti dell’infezione c’è appunto la stimolazione ormonale cronica sull’utero, data dalla successione nel tempo di diversi cicli estrali ( come avviene normalmente nelle femmine non sterilizzate); questa stimolazione ormonale in alcuni casi modifica la mucosa uterina tanto da renderla più suscettibile all’azione di quei batteri che normalmente sono presenti nell’utero subito dopo il calore. Anche la somministrazione di estrogeni da parte del proprietario o del veterinario per prevenire indesiderate gravidanze rappresenta un fattore predisponente allo sviluppo di questa infezione (uno dei motivi per cui nel nostro ambulatorio consigliamo l’intervento chirurgico di ovarioisterectomia piuttosto che la somministrazione di farmaci). Anche la ritenzione uterina di feti morti (evenienza di cui un proprietario può anche non accorgersi se la morte avviene in una fase abbastanza precoce della gravidanza o se il numero dei feti non è stato identificato prima del parto) può rappresentare una causa di infezione uterina.
La piometra è un’infezione grave, potenzialmente mortale se non diagnosticata e trattata tempestivamente.

SINTOMI E DIAGNOSI

La diagnosi della forma aperta è ovviamente più agevole. È lo stesso proprietario che spesso si accorge dello scolo vulvare, che ha aspetto da siero-emorragico tendenzialmente limpido o appena viscoso a francamente purulento, denso, biancastro o più o meno rosato e di odore spesso fetido.
Quando il pus trova uno sfogo all’esterno, la piometra tende ad essere meno aggressiva e questo, associato spesso ad una diagnosi e ad una terapia più precoce, rende la prognosi più favorevole.
Altro discorso è per la piometra chiusa, infezione spesso subdola e più difficile da diagnosticare.
Il proprietario può notare che il suo animale mangia meno, si stanca più facilmente, a volte manifesta vomito e dolore o distensione addominale. Quasi sempre si presentano poliuria (cioè aumento della produzione di urine), e/o polidipsia (aumento della sete e quindi della quantità di acqua consumata giornalmente). La comparsa dei sintomi o il loro riconoscimento da parte del proprietario possono purtroppo essere tardivi e questo può complicare diagnosi e prognosi.

Una visita precoce dal veterinario può letteralmente salvare la vita al cane: una visita clinica completa, compresa una delicata palpazione dell’addome (troppa energia può causare la rottura dell’utero e una gravissima peritonite conseguente), eventuali esami del sangue (che possono evidenziare, oltre all’infezione, anche alterazioni della funzionalità di alcuni organi, come fegato e reni, spesso legate alla piometra come conseguenza e della disidratazione e della disseminazione di batteri e tossine dall’utero al resto dell’organismo) radiografie dell’addome ed ecografia (esame diagnostico d’elezione nella diagnosi di questa patologia) possono consentire una rapida diagnosi e una rapida terapia.
Se il proprietario invece non si accorge di questi sintomi o non da loro il giusto peso, l’infezione può progredire e l’animale può morire per una grave setticemia (complicazione della sola piometra o della peritonite che può insorgere se l’utero pieno di pus si rompe e si apre nell’addome).

TERAPIA

La terapia della piometra può essere farmacologica o chirurgica. I farmaci utilizzati sono ovviamente antibiotici, ma anche alcune sostanze che favoriscono le contrazioni dell’utero facilitando quindi la fuoriuscita del materiale all’esterno. La chirurgia invece consiste nell’asportazione dell’utero (e spesso delle ovaie laddove siano ancora presenti).
Nel nostro ambulatorio preferiamo la soluzione chirurgica per un paio di ragioni.
Primo perché siamo sicure della corretta risoluzione del problema, mentre la sola terapia antibiotica non garantisce la risoluzione completa dell’infezione e la stimolazione della contrattilità dell’utero qualora questo sia pieno di pus non è esente da rischi come la rottura dell’utero stesso o la fuoriuscita del pus in addome dalle tube di falloppio ( con conseguente grave peritonite purulenta). Secondo perché spesso un animale che ha risolto farmacologicamente una piometra, ha grosse probabilità di andare incontro alla stessa patologia al successivo calore e non necessariamente la diagnosi sarà ancora sufficientemente tempestiva.
Quindi se il vostro animale è intero (e non necessariamente anziano, perché la piometra, benché più raramente, può presentarsi anche in animali giovani) e manifesta qualcuno o tutti i sintomi sopra descritti, o magari non ha chiari sintomi e voi avete solo qualche dubbio, il mio consiglio è di portarlo prima possibile dal vostro veterinario; se non è niente di grave gli avrete fatto fare comunque un controllo, ma se ha una piometra probabilmente gli garantirete un trattamento tempestivo e una prognosi forse più favorevole.

N.d.a. Per semplificare la discussione non ho parlato della “piometra del moncone”, l’infezione purulenta del moncone uterino lasciato in sede dopo la sterilizzazione. È un’evenienza piuttosto rara, ma se dopo la sterilizzazione resta in sede anche parte del corpo uterino oltre alla cervice, questo tessuto, (soprattutto se è rimasto in sede anche del tessuto ovarico funzionante) può andare incontro ad infezione. La patologia, del tutto sovrapponibile alla piometra classica, può essere di difficile diagnosi proprio perchè tendenzialmente più rara.

FONTE: www.veterinariagiustiniana.com

Parvovirosi: malattia dei cuccioli

cuccioli

Andiamo a fare conoscenza con la Parvovirosi canina, le cause, i sintomi, la cura e l’incubazione. Si tratta di una delle malattie più temute da proprietari, allevatori e veterinari, in quanto capace di portare a morte il nostro amato cucciolo in breve tempo. La patologia è provocata da un DNA-virus appartenente alla famiglia Parvoviridae, il CPV-2, distinto in CPV-2a e CPV-2b.

Prima di tutto, questa patologia è nota fin dalla fine degli anni Settanta. Il CPV-2 è capace di resistere sugli oggetti come vestiti e ciotole per anche più di cinque mesi. Questa sua capacità di resistenza nell’ambiente unita alla sua alta contagiosità, spesso determina epidemie mortali fra i cuccioli. Come fa però il cucciolo a contrarre questa malattia? Ci sono due modalità di trasmissione:

  • orizzontale: tramite contatto diretto con feci contaminate, ma anche vestiti, apparecchiature mediche, insetti e roditori possono fungere da vettori. Persino il pelo del cane può portare con sé il virus per lunghi periodi
  • verticale: è la madre infetta a trasmettere al feto la patologia

Per quanto riguarda il periodo di incubazione del CPV-2, in media si è visto che è di 7-14 giorni, ma sperimentalmente si può ridurre anche a 4-5 giorni. Sono più colpiti i cuccioli fra i 30 giorni e i 3 mesi di vita, anche se in realtà forme acute possono colpire cani di qualsiasi razza, sesso ed età. Tuttavia sembra che alcune razze come il Rottweiler, i Labrador, i Dobermann, i Pastori tedeschi, gli Alaskan malamute e gli American Staffordshire terrier siano più sensibili.

Sintomi

Fondamentalmente la Parvovirosi colpisce o l’apparato gastroenterico o il miocardio. La malattia può avere un decorso inapparente, lieve o acuta e mortale, molto dipende dall’età del cucciolo, dallo stato del suo sistema immunitario, dalla razza.

I sintomi più comuni di Parvovirosi sono:

Enterite parvovirale
vomito grave

diarrea con feci liquide, giallo-grigiastre con forte presenza di sangue che provoca un odore caratteristico

  • anoressia
  • disidratazione
  • febbre alta, anche 40-41°
  • leucopenia
  • morte anche in due giorni, per infezioni secondarie e CID (Coagulazione Intravasale Disseminata)
  • raramente sintomi neurologici, ma non provocati direttamente dal virus, bensì dalla CID che causa emorragie nel Sistema Nervoso Centrale o dall’ipoglicemia

Miocardite

Questo tipo di infezione si sviluppa o quando la madre trasmette la malattia durante la vita intra-uterina o quando i cuccioli si infettano a età inferiore alle 8 settimane di vita. Occhio che in questo caso spesso vengono colpiti tutti i cuccioli della cucciolata e che si può sviluppare o subito una forma miocardica o a seguito di una forma enterica. I sintomi sono:

  • morte improvvisa
  • episodio breve di dispnea, lamenti, conati di vomito e morte
  • insufficienza cardiaca congestizia, preceduta o meno da lieve diarrea, che si manifesta in cuccioli fra le 6 settimane e i 6 mesi di vita

Diagnosi

Parliamo ora brevemente della diagnosi di Parvovirosi. Prima di tutto si basa sui sintomi: se è vero che una diarrea emorragica maleodorante improvvisa in un cucciolo possa avere anche altre cause, un campanellino d’allarme lo fa venire. Poi si può preocedere in diversi modi. Ci sono dei test Elisa che valutano la presenza della malattia sulle feci, solo che il periodo di disseminazione fecale dura massimo 10-12 giorni dopo l’insorgenza della malattia, quindi contate 5-7 giorni da quando la malattia è manifesta. Attenzione che se salta fuori una positività, ma il cucciolo è stato vaccinato con un vaccino attenuato ci può essere una falsa positività. E poi si possono cercare gli anticorpi nel sangue, ma deve esserci stata la sieroconversione.

Se è possibile, si può procedere anche con esami ematologici completi con emocromo e biochimico, però spesso i cuccioli sono così defedati da causare qualche problema ad effettuare un prelievo. E ovviamente, se si ha una cucciolata con cagnolini morti per un sospetto di Parvovirosi, si può portare il corpo all’Istituto Zooprofilattico dove effettueranno autopsia ed esami istologici sui tessuti.

Cura e terapia

Il guaio della Parvovirosi è che, essendo una malattia virale, non esiste una terapia specifica. Inoltre la malattia nella maggior parte dei casi è mortale, anche quando viene adottata la terapia di sostengo. Quindi scopo della cura è quello di sostenere l’organismo del cucciolo nell’attesa che il virus faccia il suo decorso. Bisognerà di sicuro correggere la disidratazione, valutando però bene di non esagerare a causa della possibilità di sviluppare edema polmonare per i troppi fludi associati a una perdita di albumine con la diarrea. Si aggiungono poi antibiotici per le infezioni secondari, prodotti per tenere sotto controllo, nei limiti del possibile, il vomito e la diarrea.

Inoltre quando si riesce a bloccare il vomito e la diarrea, il veterinario valuterà se fare osservare un periodo di digiuno con introduzione graduale del cibo e dell’acqua.

Prevenzione 

Visto che il detto ‘prevenire è meglio che curare’ ha sempre una sua validità, prima di tutto non bisogna mai e poi mai prendere cuccioli che arrivano dall’Est Europa: lì è quasi garantito beccarsi una qualche patologia potenzialmente fatale.

Poi bisognerebbe evitare di far camminare cuccioli non vaccinati dove possono passare cani malati: il rischio è troppo alto. E poi ricordatevi di seguire fedelmente il programma vaccinale che vi propone il vostro veterinario: è fondamentale per evitare che si scatenino epidemie di Parvovirosi.

Se poi avete avuto in casa un cucciolo che è purtroppo morto di Parvorirosi, non cedete alla tentazione di prenderne subito un altro: il virus persiste nell’ambiente per mesi e mesi, quindi conviene disinfettare con ipoclorito di sodio più e più volte, per tempi prolungati.

 Fonte: http://www.petsblog.it/post/23763/parvovirosi-canina-sintomi-cura-e-incubazione-veterinario-petsblog

L’otoacariasi o rogna otodettica del cane e gatto

Quando il vostro cane o gatto si gratta l’orecchio, scuote la testa, tiene il capo reclinato da una lato, va fatto esaminare con urgenza: di solito la causa è proprio un problema alle orecchie, che determina un’infiammazione di questi organi, il cui termine medico è otite.

Nel campo delle otiti ve ne sono di differenti origini: da corpo estraneo, batteriche, micotiche e alcune di origine parassitaria, ovvero causate dalla presenza di piccoli acari che vivono nel condotto uditivo, nutrendosi di cerume e detriti cellulari; quindi di per sé banali e benigne se trattate precocemente; ma che, se non curate adeguatamente, possono dar luogo ad un’ulteriore evoluzione della patologia originaria, anche nota come rogna otodettica (a causa del forte prurito), in otiti complicate, molto più serie e più gravi per l’organo stesso, in quanto possono arrivare sino alla compromissione della funzione uditiva.

Esistono diversi tipi di acari che possono invadere il condotto uditivo di cani, cuccioli, gatti e gattini. Comunque nei cuccioli e nei gattini il più comune acaro dell’orecchio è senz’altro l’Otodectes cynotis.

Si tratta di acari psoroptici, dalle tipiche zampe lunghe, di colore bianco (riconoscibili facilmente se esaminati con l’ausilio di una lente di ingrandimento, come quella dell’otoscopio) liberi di muoversi e dotati, da adulti, di 4 paia di arti.

Il loro ciclo vitale (uovo-larva esapode-protoninfa-deutoninfa-adulto) dura circa tre settimane, e la durata complessiva della loro vita da adulti è approssimativamente di due mesi. La trasmissione avviene solitamente per contatto diretto o più raramente indiretto, attraverso l’ambiente (cucce, coperte, tappeti, ecc.), dove però possono sopravvivere al massimo per alcune settimane.

La caratteristica principale è la mancanza di specie-specificità, ovvero gli stessi acari possono infestare indifferentemente sia i gatti che i cani. A questo proposito si ritiene che il 50% o più della totalità delle otiti del gatto ed il 10% di quelle del cane siano causati da acari auricolari. Le infestazioni nei felini (che appaiono essere di gran lunga i più predisposti) variano differentemente da Paese a Paese con valori di appena 3,5% in Australia e fino al 75% negli Stati Uniti.

Ad ogni modo nella diagnosi e nel trattamento degli acari dell’orecchio non è particolarmente importante identificare esattamente e scientificamente il tipo di acaro presente. Abitualmente, infatti, questi parassiti vengono semplicemente chiamati acari dell’orecchio. Inoltre, contrariamente a quanto comunemente si crede, tali acari possono vivere, oltre che nell’orecchio, ovunque sul corpo degli animali, e in particolare su collo, groppa e coda. Gli acari dell’orecchio sono estremamente contagiosi e particolarmente diffusi nei giovani. Si possono trasferire dal corpo della madre a quello dei figli.

Addirittura sembra che le stesse pulci possano veicolarli, trasportando, adesi su di sé, sia gli acari che le loro uova! Inoltre, proprio per la mancanza di specie-specificità che li contraddistingue, possono essere facilmente trasmessi dai cani e gatti infestati agli altri animali domestici, quali conigli, criceti, topi, furetti, ecc. Il periodo d’incubazione (ovvero il tempo che intercorre dal contagio alla manifestazione dei sintomi) varia da una a due settimane. L’uomo, invece, non viene infestato e pertanto questa non può considerarsi una zoonosi.

I cuccioli e i gattini con gli acari auricolari si grattano la zona intorno alle orecchie e/o scuotono la testa in continuazione, dal momento che questi parassiti causano un’intensa irritazione, oltre che per la loro azione meccanica diretta, sembra anche per lo scatenamento di una vera e propria reazione allergica (a questo proposito si è riscontrata una reazione allergica crociata con gli acari della polvere di cui sono lontani parenti).

L’entità di queste manifestazioni sembra comunque essere indipendente dalla carica infestante; in quanto è dovuta principalmente alla reazione dell’organismo ospite e alla sua diversa sensibilità: può infatti decorrere indifferentemente in forma silente (dal punto di vista del prurito) oppure si può avere un lieve fastidio o al contrario un prurito intenso con lesioni da grattamento anche serie sino alle forme più gravi che possono esitare in vere e proprie crisi epilettiche.

Nello stadio avanzato della malattia, si può riscontrare un sanguinamento dei condotti uditivi, al cui interno si osserva la presenza di sangue (fresco o coagulato) e a volte anche esternamente sono visibili spesse croste bruno rossastre attorno e all’interno dei padiglioni auricolari. Il sangue secco è molto simile ai fondi di caffè; pertanto se scrutate nelle orecchie del vostro animale e notate l’accumulo di un materiale simile, probabilmente sono presenti degli acari, benché sia anche possibile una concomitante infezione batterica e/o da lieviti.

L’infestazione da acari dunque è una malattia comune che non va tuttavia sottovalutata. Se non vengono trattati infatti, questi parassiti danneggiano gravemente (direttamente o indirettamente) il condotto uditivo ed il timpano, causando perdite di udito permanenti oppure, a causa dello scuotimento continuo e violento delle orecchie, si può arrivare alla rottura dei capillari del padiglione auricolare con conseguente otoematoma, che richiede, nella maggior parte dei casi, una terapia chirurgica per la sua risoluzione.

Nei casi in cui l’infestazione si spinge anche al di fuori dall’orecchio, l’animale a volte si gratta le zone colpite, altre volte no. In commercio si trovano molte preparazioni per uccidere gli acari. Questi prodotti contengono un insetticida, di solito piretrine, carbammati, organofosforici o altre sostanze di sintesi più recenti, con analoga funzione.

I prodotti per le orecchie che non contengono insetticidi non elimineranno gli acari e per questo è inutile usare prodotti umani che ovviamente non contengono tali sostanze. A seconda del farmaco usato poi, può essere necessario trattare le orecchie per 1 – 3 settimane e comunque sino alla completa scomparsa degli acari.

Come già ricordato, molti acari delle orecchie vivono sull’intera superficie del corpo dell’animale, comprese le zampe e la coda, per cui a volte si rende necessario trattare anche queste zone. In questo caso saranno efficaci prodotti studiati per le pulci e le zecche come spray, spot-on, e shampoo che contengono una delle sostanze sopracitate.

Verificate accuratamente di utilizzare prodotti approvati specificamente per i gatti quando trattate tali animali (perché spesso quelli usati per i cani sono tossici per il gatto) e soprattutto abbiate cura di trattare anche la coda. Oltre alle orecchie è proprio questa, infatti, che arrotolandosi attorno al corpo del gatto durante il sonno, risulta essere una delle parti più a stretto contatto con le orecchie. Essendo gli acari facilmente trasmissibili tra tutti gli animali domestici, è opportuno trattare contemporaneamente tutti quelli che vivono nella stessa casa.

Molti tipi di acari non sopravvivono a lungo fuori dagli animali, e quindi, di solito, non occorre trattare anche la casa ed il cortile. Ad ogni modo ovviamente seguite sempre le indicazioni e i consigli che solo il vostro veterinario è in grado di darvi, una volta esaminato il vostro animale e fatta la corretta diagnosi, prescrivendovi i prodotti più indicati e dandovi direttive precise su come comportarvi caso per caso.

A cura del dr. Antonio Sessa

FONTE: astrovet.blogspot.com

Cani da caccia: LEPTOSPIROSI

LA CAUSA

 

Il germe responsabile di questa patologia è un battere appartenente al genere “Leptospira”. Tuttavia, esistono diversi ceppi con cui il cane può infettarsi, cui corrispondono anche diverse sintomatologie e quadri clinici.

In particolare:

  • L. itteroemorragiae: è la specie che più bisogna temere. Questo ceppo causa l’insorgenza del “Weil Canino”, così chiamato per la perfetta analogia con la corrispondente affezione dell’uomo (“Morbo di Weil”), che consiste in una Sindrome Itteroemorragica.
  • L. canicola: un tempo era molto frequente e provocava il “Tifo Canino”, chiamato anche “Malattia di Stoccarda”, poiché il germe fu isolato lì per la prima volta. Ormai, però, questa patologia non è più presente: infatti, avendo come ospite di mantenimento il cane, attraverso la vaccinazione siamo riusciti a farla scomparire.
  • L. bratislava: è stata isolata nel cane, poiché alcuni animali ne risultavano positivi, ma non dà gravi sintomi. È stata sicuramente evidenziata la sua localizzazione a livello renale, dove – a lungo andare – causa un’infiammazione cronica di scarsa importanza.

Attenzione agli ANIMALI A RISCHIO

La Sindrome Itteroemorragica ha diffusione universale, anche se la sua frequenza, un tempo notevole, è andata man mano riducendosi per il largo uso della vaccinazione. Colpisce, senza distinzioni, cani di qualsiasi sesso, età e razza, anche se ha una certa predilezione per quelli che hanno da 1 a 3-4 anni. Presenta caratteri di stagionalità con punte massime nella tarda Estate ed in Autunno, proprio in coincidenza con l’inizio dell’attività venatoria e delle abbondanti precipitazioni atmosferiche del periodo.

COME SI DIFFONDE

Il contagio, nella maggioranza dei casi, è di tipo indiretto ed avviene per lo più a seguito dell’ingestione di acqua ed alimenti contaminati dalle urine di cani infetti o, più frequentemente, di arvicole, topi e ratti portatori, che sono gli ospiti di mantenimento dell’infezione. Per tale ragione, ricorre spesso in cani da caccia, avendo questi maggiore occasione di abbeverarsi in acque stagnanti inquinate.

L’INFEZIONE

Gli animali colpiti presentano quadri febbrili accompagnati da abbattimento, anoressia, vomito, diarrea emorragica ed interessamento sia epatico che renale. Sono stati riscontrati anche casi con interessamento del Sistema Nervoso, in cui si ha meningite.
I sintomi si protraggono all’incirca per una settimana, poi, si giunge alla morte dell’animale, che è preceduta da uno stato comatoso e di ipotermia.
Rare sono le forme subacute e subcliniche, che si manifestano con sintomatologie di ordine generale (febbre, etc.).

LA DIAGNOSI

È diretta alla dimostrazione della presenza dell’infezione mediante vari esami di laboratorio. Primo fra tutti, è l’esame istologico di organi e tessuti colpiti; poi, ci si avvale anche dell’osservazione microscopica dei liquidi organici, dell’isolamento del germe in coltura e di indagini sierologiche su campioni di sangue. Raramente, si può cercare di fare diagnosi certa mediante prove biologiche, che consistono nell’inoculazione di animali da esperimento.

COME SI PUÒ CURARE?

La terapia deve essere precoce, affinché i farmaci utilizzati abbiano maggiori probabilità di successo. In pratica, essa si basa esclusivamente sull’impiego di antibiotici. Nel caso in cui la diagnosi sia tardiva, lo sarà anche il tipo di trattamento, che tenderà a correggere le errate situazioni anatomo-funzionali, provocate dai batteri, soprattutto mediante l’utilizzo di più farmaci ed integratori vitaminici. Tuttavia, come più volte è stato ricordato, qualsiasi intervento terapeutico attuato tardivamente – per quanto razionale e complesso esso sia – ha purtroppo scarse probabilità di raggiungere l’obiettivo della guarigione.

LA VACCINAZIONE

La vaccinazione, di solito a cadenza annuale, non risulta essere protettiva nel caso in cui un cane venga a contatto con molti ospiti di mantenimento infetti. Per tale motivo, nei cani da caccia, si consiglia di ripetere la vaccinazione ogni sei mesi.

A cura della Dr.ssa Maurizia Pallante

FONTE: www.vet-in-time.it

Il pericolo zecche

Le zecche possono trasmettere delle gravi malattie infettive, sia ai cani che a noi. Non sempre i sintomi sono evidenti, ma la diagnosi precoce è senza dubbio importantissima.

Per svelare la presenza della malattia, basta sottoporre il cane ad un piccolo TEST.

1 UNICO TEST PER ZECCHE E FILARIOSI:

Bastano 3 gocce di sangue e 7 minuti di pazienza!

Le Rickettsie sono piccoli microrganismi, coccoidi o coccobacillari, con dimensioni poco maggiori dei grandi virus. Non hanno vita libera, ma sono parassiti endocellulari obbligati, caratterizzati da uno spiccato polimorfismo: possono presentarsi sia in forme isolate sia in brevi catenelle. Vivono nell’intestino di artropodi ematofagi (fra cui le zecche) per i quali, generalmente, non risultano patogene. La specie umana ed altri animali, invece, possono ammalarsi in seguito alla puntura di questi insetti vettori, che costituiscono il serbatoio naturale della malattia. La loro posizione tassonomica, però, risulta ancora incerta, in quanto le loro dimensioni le rendono affini ai virus, mentre la sensibilità ad alcuni antibiotici le fanno classificare fra i batteri. La Rickettsiosi canina, causata da Rickettsia rickettsii, è una diffusa malattia infettiva, praticamente cosmopolita. In Italia, però, le zone più colpite sono la Liguria e le grandi isole, ambienti caldo-umidi assai favorevoli allo sviluppo delle zecche. Tale patologia, anche detta «Febbre Maculosa» o «Bottonosa delle Montagne Rocciose», viene trasmessa al cane attraverso il morso di una zecca infetta, appartenente al genere Rhipicephalus sanguineus. Dopo una incubazione di 1-3 settimane, l’infezione può manifestarsi clinicamente in forma acuta, subclinica o cronica, ma è difficile distinguere le varie fasi sulla sola base clinica.

Segni clinici

I più comuni segni clinici sono rappresentati da depressione ed anoressia, perdita di peso, mucose pallide, febbre, tendenza alle emorragie (petecchie, ecchimosi, epistassi), linfoadenopatia e splenomegalia, zoppia associata a dolore articolare. Tuttavia, la gravità della malattia sembra relativa alla sensibilità della razza, all’età ed all’immunocompetenza dell’ospite: infatti, generalmente, le infezioni croniche da Rickettsie si rivelano più gravi nel Dobermann e nel Pastore Tedesco.

Diagnosi

Il sistema diagnostico clinicamente più utile ed affidabile per formulare diagnosi di Rickettsiosi è rappresentato dai test sierologici, che si basano sull’analisi della presenza di anticorpi contro Rickettsia nel siero di sangue. Fra tutti, quello dell’immunofluorescenza indiretta è il più comunemente usato.

Trattamento

Il primo passo comprende un’attenta valutazione clinico-patologica, al fine di riconoscere le complicazioni multiorganiche infiammatorie. Successivamente, si procede con la somministrazione di farmaci antimicrobici, quali Doxiciclina o Imidocarb.

Epidemiologia e Profilassi

La prevenzione consiste nel tenere sotto controllo l’infestazione di zecche, utilizzando sul cane e nell’ambiente validi prodotti antiparassitari.

A cura della Dr.ssa Maurizia Pallante

FONTE: www.vet-in-time.it

(ATTENZIONE:avvertenze antiparassitari)

Filariosi Cardio-Polmonare del cane e del gatto

La filariosi è una malattia parassitaria, provocata dall’infestazione di alcuni vermi tondi, i nematodi. Delle due specie di parassiti che possono colpire il cane, Dirofilaria immitis e D. repens, la prima è di gran lunga la più importante. Questi vermi, divenuti adulti, si localizzano nelle arterie polmonari e talvolta nelle cavità destre del cuore e nei vasi venosi ad esse afferenti, dando luogo ad una grave forma clinica. Inizialmente, la filariosi era confinata nelle regioni più calde ad elevata concentrazione di zanzare, che costituiscono i principali trasmettitori di questa patologia, ma, negli ultimi decenni, questo parassita si è diffuso, costituendo un problema di massimo rilievo in numerose nazioni.

La filaria può colpire il cane, la volpe, il coyote, il gatto ed il furetto, ma anche l’uomo, in cui può causare l’insorgenza di una malattia nota con il nome di elefantiasi. Le malattie trasmesse dagli animali all’uomo, ma non viceversa, sono dette “zoonosi” e rivestono notevole importanza, soprattutto a livello della profilassi della salute pubblica. I fattori che influenzano la diffusione della parassitosi dipendono dal grado di concentrazione di individui infetti, dal numero di zanzare presenti e dal tipo di ambiente, che può facilitarne lo sviluppo in tempi brevi.

SEGNI CLINICI

Gli animali infestati da filarie presentano inizialmente tosse seguita da facile affaticabilità, mentre nella fase terminale i segni caratteristici sono rappresentati da alterazioni del ritmo respiratorio ed insufficienza cardiaca, per cui si ritrova emoglobina nelle urine.

DIAGNOSI

Si basa sulla sintomatologia clinica e su test che confermino la presenza del parassita, come esami del sangue, radiografie toraciche o ecocardiografie. Gli animali colpiti raramente hanno un’età inferiore all’anno e per lo più superano i due anni.
TRATTAMENTO

Il trattamento non è agevole e dovrebbe essere intrapreso solamente dopo un attento esame del soggetto e dopo che siano state messe in atto tutte le terapie di supporto del caso, per migliorare le condizioni dei cani con gravi sintomatologie. Prima di tutto, è necessario combattere farmacologicamente i parassiti adulti, che sono i più patogeni, poi, terminata la terapia nei loro confronti, deve essere intrapreso un trattamento contro le larve circolanti nel sangue. Nel caso in cui gli adulti, oltre che nelle arterie polmonari, fossero presenti anche nelle vene afferenti al cuore, ne è consigliata la rimozione chirurgica.

NEL GATTO

SEGNI CLINICI

Nel gatto la sintomatologia è solitamente acuta e di tipo respiratorio, eventualmente associata anche a vomito. In questa specie, anche un solo parassita può essere causa di gravi sintomi e morte improvvisa.

DIAGNOSI

Si basa sulla sintomatologia clinica e su test che confermino la presenza del parassita, come esami del sangue, radiografie toraciche o ecocardiografie. Nel gatto, però, questi test hanno bassa sensibilità.

TRATTAMENTO

Il trattamento non è agevole e dovrebbe essere intrapreso solamente dopo un attento esame del soggetto e dopo che siano state messe in atto tutte le terapie di supporto del caso, per migliorare le condizioni dei gatti con gravi sintomatologie. Infatti, per i gravi rischi conseguenti alla morte dei parassiti, nel gatto si preferisce attuare una terapia conservativa, riservando la terapia adulticida solo ai casi in cui non sia possibile controllare i sintomi della malattia.
A cura della Dr.ssa Maurizia Pallante

FONTE: www.vet-in-time.it

Anche gli animali hanno il diabete

Nella pratica clinica capita ancora di sentirsi chiedere da un proprietario “ma come anche il cane ha il diabete?” Ebbene sì, purtroppo, anche i nostri amici animali possono avere il diabete.

Facciamo un breve riassunto: Le cellule dell’organismo per funzionare hanno bisogno di una fonte di energia; questa fonte è il glucosio, uno zucchero. Il glucosio deriva dall’alimentazione, circola con il sangue, e per entrare nelle cellule e dar loro energia ha bisogno di un’altra molecola, l’insulina. Se non c’è insulina, per quanto zucchero sia entrato nell’organismo con l’alimentazione e per quanto ce ne sia nel sangue, le cellule non possono utilizzarlo ed è allora proprio come se non ci fosse.

COS’E’?

Il diabete è quella malattia causata dalla mancanza di insulina (o da problemi nel suo funzionamento) per cui il glucosio si accumula nel sangue ma le cellule “non lo vedono” e continuano a chiedere energia.

In medicina veterinaria di solito si suddivide il diabete in 2 forme: quella per cui l’animale ha bisogno che qualcuno gli somministri insulina dall’esterno (così detto “diabete insulino dipendente”) e quella per cui modificazioni della dieta, aumento dell’attività fisica ed eventualmente altri farmaci possono essere sufficienti (così detto “insulino indipendente”). Questa suddivisione purtroppo è più spesso teorica che pratica e può accadere, più frequentemente nei gatti che nei cani, che un animale passi da una forma all’altra durante la sua malattia.

COME ME NE ACCORGO

I sintomi tipici del diabete sono aumento della produzione di urine o “poliuria” ( perchè l’organismo cerca di eliminare l’eccesso di glucosio nel sangue attraverso le urine), aumento della sete o “polidipsia” (perché se aumenta la produzione di urine e non aumenta l’entrata di acqua l’organismo tende a disidratarsi), aumento della fame e dimagrimento.

Di solito i proprietari possono notare che Micio o Fido svuotano più velocemente la ciotola dell’acqua e/o che urinano in luoghi non appropriati. Chi ha un gatto può notare che deve cambiare più spesso la lettiera. Inoltre gli animali diabetici tendono ad essere deboli, apatici, si stancano più facilmente. I gatti si toelettano meno attentamente. Nei casi avanzati si hanno spesso cataratte (più frequenti nel cane che nel gatto) oppure debolezza sugli arti posteriori (si osserva un atteggiamento tipicamente “plantigrado”, più spesso nel gatto che nel cane). Se la malattia procede senza essere stata diagnosticata o senza un efficace controllo possono insorgere segni più gravi: l’animale si disidrata, non mangia e vomita. Complicazioni renali , ketoacidosi, alterazioni del pH e degli elettroliti del sangue richiedono di solito un intervento tempestivo mediante ricovero, terapia fluida endovenosa 24h/24, terapia insulina più “aggressiva” e rendono la prognosi riservata.
Quindi se il vostro animale ha qualcuno dei sintomi sopra descritti, portatelo dal vostro veterinario il prima possibile perchè ha sicuramente bisogno di una visita.

COME SI DIAGNOSTICA

La diagnosi di diabete è oggigiorno piuttosto agevole. In quasi tutti gli ambulatori veterinari è possibile effettuare una misurazione estemporanea della glicemia. Se la glicemia è molto alta in un animale che ha i sintomi sopra descritti, probabilmente quell’animale ha il diabete. In caso di dubbi (soprattutto nei gatti che, a causa dello stress durante il prelievo, tendono ad avere dei transitori aumenti della glicemia) esistono altri test, di solito però non ambulatoriali, come la ricerca delle fruttosamine, etc. che possono aiutare a distinguere un’iperglicemia “reale” da un’iperglicemia transitoria da stress.
A volte il veterinario può reputare opportuno effettuare altre indagini diagnostiche oltre alla semplice glicemia, come emocromo, biochimico completo, ecografia addominale, etc. sia per riconoscere eventuali complicazioni, sia per valutare eventuali altre malattie che possono essere associate all’iperglicemia.

Esistono infatti alcune malattie, tra cui patologie ormonali, così come alcuni farmaci, che possono causare una persistente iperglicemia ; il loro riconoscimento e un trattamento tempestivo può evitare che l’animale diventi diabetico. Tra queste malattie ci sono l’ipotiroidismo, l’iperadrenocorticismo (o sindrome di Cushing), la fase diestrale nelle femmine (quella fase che inizia dalla fine dell’estro vero e proprio e dura circa 2 mesi), la pancreatite ed altre gravi infezioni. Tra i farmaci che possono causare iperglicemia ci sono i cortisonici, il megestrolo acetato (usato comunemente per alcune forme di malattie cutanee nel gatto oppure per prevenire il calore sia nei cani che nei gatti) e i progestinici (utilizzati anche questi per sopprimere il calore).

COME SI CURA

La terapia per il diabete consiste molto spesso nella somministrazione di insulina all’animale. Purtroppo a tutt’oggi l’insulina può essere somministrata esclusivamente mediante iniezione. Il tipo, il dosaggio e gli intervalli di somministrazione devono essere decisi dal veterinario curante sulla base della risposta dell’animale. Anche se molti proprietari all’inizio sono spaventati dall’idea di fare delle iniezioni al proprio animale, quasi tutti alla fine imparano a farlo senza problemi e la vedono come una routine. Spesso alla terapia insulinca è necessario associare una modificazione della dieta e un aumento dell’attività fisica.
A volte, per decidere il corretto dosaggio di insulina, è necessario effettuare una “curva glicemica” che richiede più prelievi durante l’arco della giornata e quindi necessita spesso di ospedalizzazione. Per il controllo a medio e lungo termine del paziente diabetico invece si cerca di insegnare ai proprietari a misurare a casa la glicemia, oppure a tenere sotto controllo l’andamento della terapia controllando i sintomi oppure la quantità di glucosio eliminato con le urine. Il veterinario di solito spiega anche ai proprietari come riconoscere e trattare una crisi ipoglicemica, che può insorgere come conseguenza di una eccessiva somministrazione di insulina.

Anche quando ben controllato, purtroppo il diabete, soprattutto nel cane si associa alla cataratta; gli animali diabetici inoltre tendono ad andare incontro più facilmente ad infezioni, in particolare delle vie urinarie. Altre complicazioni di solito intervengono se la glicemia non è tenuta sotto controllo e quindi la loro comparsa deve farvi correre dal veterinario. Il coma ketoacidosico è una complicazione potenzialmente mortale e deriva appunto dal mancato controllo della glicemia per intervalli di tempo variabili (a volte anche piuttosto brevi). Se il vostro animale diabetico è particolarmente abbattuto, vomita, non mangia e negli ultimi giorni vi è sembrato che il diabete fosse meno sotto controllo, è assolutamente tassativo farlo rivalutare dal veterinario.

Il diabete è una malattia frequente, potenzialmente grave e ad andamento cronico, cioè non guarisce mai, può solo essere tenuta sotto controllo. Eppure con l’aiuto del veterinario, un po’ di pazienza e molta perseveranza gli animali malati possono comunque godere di una vita soddisfacente e non necessariamente breve.
FONTE: www.veterinariagiustiniana.com