Non tutti gli antiparassitari sono uguali (e non tutti vanno bene per il gatto)

Alcuni antiparassitari registrati per gli animali d’affezione contengono delle sostanze incluse nella famiglia delle piretrine e dei piretroidi. Queste classi di molecole sono largamente utilizzate per il controllo degli insetti nocivi sia nella coltivazione (agricoltura e piante ornamentali), che negli ambienti domestici, che sugli animali domestici.
Queste sostanze sono ovviamente tossiche, ma sono molto più tossiche per gli insetti che per i mammiferi e per questo vengono utilizzate anche come antiparassitari esterni per i piccoli animali.

In generale i cani possono manifestare un’intossicazione da piretrine o piretroidi se assumono inavvertitamente queste sostanze per via orale, oppure più raramente a seguito dell’utilizzo di prodotti spot-on se il dosaggio utilizzato è molto maggiore di quello consigliato o se hanno una particolare sensibilità verso tali prodotti.

Il gatto non è però un piccolo cane: ha un metabolismo epatico differente e in soldoni questo significa che un dosaggio che va bene per il cane per il gatto spesso è tossico.
Quindi esistono antiparassitari che hanno una formulazione che va bene sia per i gatti che per i cani (e nelle pipette cambia solo la quantità di sostanza presente), mentre esistono alcuni antiparassitari che si usano tranquillamente sul cane, ma che nel gatto sono fortemente tossici.

Di solito sulle confezioni è riportata la specie a cui il prodotto è destinato e a volte è riportata anche la specie in cui il prodotto non deve essere utilizzato (in un caso sulla confezione c’è proprio un simbolo di divieto con dentro il gatto!!).
Purtroppo a volte l’errore è del proprietario disattento che pensa magari di utilizzare lo stesso prodotto su tutti e due i suoi animali (così ne compra uno solo e non fa confusione….),e non legge bene le indicazioni sulle confezioni, mentre in altri casi il proprietario sa di dover utilizzare due prodotti diversi e si attiene correttamente alle istruzioni…ma poi i suoi due amici si toelettano a vicenda, si stropicciano tra loro manifestandosi tutto il loro reciproco affetto, e il micio si ritrova esposto alla sostanza tossica.

L’intossicazione si manifesta con tremori diffusi, midriasi (le pupille sono dilatate),
ipersalivazione, a volte vomito e diarrea e a volte convulsioni. Soprattutto i gatti a cui sono stati applicati completamente degli spot on registrati solo per cani manifestano segni più violenti, con depressione o eccitazione del sensorio, disorientamento, tremori di diversi gruppi di muscoli (spesso quelli della testa e delle orecchie, ) difficoltà di movimento, ipertermia e convulsioni.
I sintomi di solito compaiono da pochi minuti a qualche ora dopo l’esposizione.
Se vi siete accorti di aver utilizzato per il vostro gatto un antiparassitario “proibito” ( o se solo il vostro cane utilizza un antiparassitario “proibito” per i mici, ma lui e il vostro gatto sono stati sufficientemente “promiscui”) , la prima cosa che dovete fare è sciacquare l’animale con acqua tiepida e sapone per allontanare il tossico e quindi rivolgervi ad un veterinario.

Se l’intossicazione è avvenuta per via orale (e questa evenienza può capitare tanto nel cane che nel gatto ) contattate invece subito il vostro veterinario in modo che sia lui a decidere come procedere.

Anche in questo caso la prevenzione è la soluzione migliore, quindi :

    – Leggete con attenzione il foglietto illustrativo dell’antiparassitario che state utilizzando, soprattutto se lo state utilizzando su un gatto.
    – Tenete sempre sotto chiave gli insetticidi che utilizzate in casa o per il giardino.

Se volete il mio personale consiglio, se avete in casa sia cani che gatti, evitate di utilizzare anche sui cani quei prodotti che non sono registrati anche per i gatti.


Gatto – insufficienza renale e fermenti probiotici

Mi hanno segnalato queste interessanti informazioni, vorrei ringraziare Cristina per averle condivise in rete e ritengo importante diffonderle a mia volta perchè l’insufficienza renale del gatto è una patologia con la quale in molti siamo costretti a combattere.

Leggere attentamente e consultare il proprio veterinario.

Dopo uno studio effettuato per mesi su un farmaco americano (Azodyl) non reperibile in Italia, che basa la sua attività su una sorta di dialisi enterica tramite fermenti probiotici, da due mesi sto somministrando un farmaco simile reperibile in Italia a base degli stessi fermenti probiotici, S. thermophilus, L. acidophilus, B. bifidum, longum e infantis (Simbiox, Marco Antonetto farmaceutici) a due mie gatte in via sperimentale.

Una sana, Cleo 12 anni, e una affetta da insufficienza renale cronica, Camilla 17 anni e mezzo. Oggi in clinica sono arrivati gli esiti del checkup ematico effettuato per controllare lo stato di salute delle gatte.

Le analisi di Cleo sono inalterate e tutte nella norma.

Camilla, in terapia da tempo con Fortekor 2,5 (1 x die), Iken up (1/4 di compressa al giorno), Karenal pet pasta, presentava agli ultimi esami effettuati questa funzionalità renale:

creatinina 4,2 e azotemia 156

Dopo 2 mesi di integrazione con mezza bustina di Simbiox data al mattino mescolata al cibo i valori sono i seguenti:

creatinina 3 e azotemia 42

E’ evidente un effetto positivo dei fermenti probiotici contenuti nel Simbiox che grazie alla loro caratteristica di eliminare le scorie azotate per via intestinale, abbassano in modo significativo i livelli di azotemia ematica e alleggeriscono il lavoro renale incidendo anche su un calo della creatinina.
Camilla clinicamente sta bene, fin da pochi giorni dopo l’inizio della somministrazione del Simbiox non ha più avuto alcun episodio di vomito, ha avuto un aumento dell’appetito che ha portato all’incremento di peso di 550 gr, ha un pelo meno untuoso e squamoso, ha feci regolari e ben formate e appare vivace e attiva.
Sta inoltre assumendo un integratore, l’Iken up, che contiene arginina la quale si lega all’ammoniaca presente nell’organismo e non eliminata dai reni, trasformandola in urea. L’effetto positivo della diminuzione degli effetti gastrolesivi dell’ammoniaca porta però ad un aumento dell’azotemia nel sangue.
In totale assenza di fluidoterapia, essendo Camilla non disidratata, il solo Simbiox ha controllato e diminuito l’azotemia fino ad un terzo del valore precedente.
Mi pare questo un risultato esaltante ed importantissimo.
I fermenti probiotici sono una integrazione terapica nuova nel trattamento della insufficenza renale cronica.
Nella clinica dove hanno visitato Camilla, dato lo stato della gatta, migliorato sensibilmente e le analisi che parlano chiaro, inizieranno la prescrizione di Simbiox agli altri gatti affetti da IRC in cura presso di loro.
Fate presente questa mia relazione ai vostri vet, siamo di fronte ad un aiuto in più, ed un aiuto importante, da dare ai poveri mici malati di reni.

STAMPATE QUESTA PAGINA E COSEGNATELA AI VOSTRI VET.

Note aggiuntive, sempre dell’autrice dell’articolo:

Il Simbiox non può essere usato a scopo preventivo, la migliore prevenzione nei gatti anziani è dare alimenti senior o renal in modo da diminuire le proteine e il fosforo dal cibo.
Uso le bustine e non le compresse, e le ho preferite perchè contengono anche carbonato di calcio che è un legante del fosforo (che tende a salire nelle IRC), e la dose è mezza bustina al giorno per gatto, meglio mescolata al cibo, anche se in uso umano è consigliato a digiuno.
L’acidità gastrica del gatto è maggiore rispetto a quella umana, quindi un integratore a base batterica dato in uno stomaco vuoto stimolerebbe una ipersecrezione gastrica che ucciderebbe gran parte dei batteri, anche se “buoni”.
Mescolando il tutto al cibo credo che invece molti batteri in più supereranno la barriera gastrica giungendo integri nell’intestino.
Se avete domande, dubbi o perplessità non esitate a domandare.

FONTE: www.clinicaveterinaria.org

31 Dicembre 2008

“AGGIORNAMENTI”

La nostra amica Graziella, che ringrazio, ci ha fornito un’importante testimonianza sul Simbiox. La composizione dell’integratore è stata modificata di recente e questa nuova formulazione risulta essere meno efficace rispetto alla precedente, questo è il dato emerso dalle ultime analisi del suo gattino, il veterinario che lo segue gli ha prescritto un altro prodotto, un equivalente dell’Azodyl che si chiama “FLORATTIVA FAST” e si trova in capsule, la posologia e’ sempre di 1/2 capsula al giorno, si puo’ dare ai piccoli anche con un cucchiaino di omogeneizzato che loro gradiscono particolarmente, l’unico problema e’ che puo’ dare problemi di secchezza delle feci, quindi nel caso si verificasse tale problema, occorre integrare anche con dell’altro, lei sta usando Actinorm e si sta trovando bene.

La Piometra

La Piometra è letteralmente l’infezione purulenta dell’utero. In un animale femmina “intero”, cioè non ovarioisterectomizzato, l’utero si può rappresentare con adeguata approssimazione come un sacchetto dotato di due lunghe “corna”, posto nella zona ventro-caudale dell’addome. Quando l’animale non è gravido l’utero è dotato di una cavità quasi “virtuale” e le pareti praticamente si toccano tra loro; in queste circostanze non è palpabile dall’esterno, non è visualizzabile in radiografia ed è difficilmente visibile anche in ecografia.

COS’E’

Quando si ha la piometra l’utero si trasforma letteralmente in una “sacca di pus”, a questo punto ci sono due possibilità: in un caso il pus trova uno sbocco esterno attraverso la cervice uterina aperta e la vagina e quindi fuoriesce appunto all’esterno (si parla in questo caso di “piometra aperta”); nell’altro caso la cervice uterina resta chiusa e il pus rimane chiuso all’interno dell’utero (si parla in questo caso di “piometra chiusa”).
La piometra di solito (ma non è una regola fissa) si presenta in animali adulti, molto spesso a distanza di circa due mesi dal calore – ma come al solito non è una regola ferrea – nella fase del ciclo cosiddetta “diestrale” (quella caratterizzata dall’aumento del progesterone). Tra i fattori scatenanti dell’infezione c’è appunto la stimolazione ormonale cronica sull’utero, data dalla successione nel tempo di diversi cicli estrali ( come avviene normalmente nelle femmine non sterilizzate); questa stimolazione ormonale in alcuni casi modifica la mucosa uterina tanto da renderla più suscettibile all’azione di quei batteri che normalmente sono presenti nell’utero subito dopo il calore. Anche la somministrazione di estrogeni da parte del proprietario o del veterinario per prevenire indesiderate gravidanze rappresenta un fattore predisponente allo sviluppo di questa infezione (uno dei motivi per cui nel nostro ambulatorio consigliamo l’intervento chirurgico di ovarioisterectomia piuttosto che la somministrazione di farmaci). Anche la ritenzione uterina di feti morti (evenienza di cui un proprietario può anche non accorgersi se la morte avviene in una fase abbastanza precoce della gravidanza o se il numero dei feti non è stato identificato prima del parto) può rappresentare una causa di infezione uterina.
La piometra è un’infezione grave, potenzialmente mortale se non diagnosticata e trattata tempestivamente.

SINTOMI E DIAGNOSI

La diagnosi della forma aperta è ovviamente più agevole. È lo stesso proprietario che spesso si accorge dello scolo vulvare, che ha aspetto da siero-emorragico tendenzialmente limpido o appena viscoso a francamente purulento, denso, biancastro o più o meno rosato e di odore spesso fetido.
Quando il pus trova uno sfogo all’esterno, la piometra tende ad essere meno aggressiva e questo, associato spesso ad una diagnosi e ad una terapia più precoce, rende la prognosi più favorevole.
Altro discorso è per la piometra chiusa, infezione spesso subdola e più difficile da diagnosticare.
Il proprietario può notare che il suo animale mangia meno, si stanca più facilmente, a volte manifesta vomito e dolore o distensione addominale. Quasi sempre si presentano poliuria (cioè aumento della produzione di urine), e/o polidipsia (aumento della sete e quindi della quantità di acqua consumata giornalmente). La comparsa dei sintomi o il loro riconoscimento da parte del proprietario possono purtroppo essere tardivi e questo può complicare diagnosi e prognosi.

Una visita precoce dal veterinario può letteralmente salvare la vita al cane: una visita clinica completa, compresa una delicata palpazione dell’addome (troppa energia può causare la rottura dell’utero e una gravissima peritonite conseguente), eventuali esami del sangue (che possono evidenziare, oltre all’infezione, anche alterazioni della funzionalità di alcuni organi, come fegato e reni, spesso legate alla piometra come conseguenza e della disidratazione e della disseminazione di batteri e tossine dall’utero al resto dell’organismo) radiografie dell’addome ed ecografia (esame diagnostico d’elezione nella diagnosi di questa patologia) possono consentire una rapida diagnosi e una rapida terapia.
Se il proprietario invece non si accorge di questi sintomi o non da loro il giusto peso, l’infezione può progredire e l’animale può morire per una grave setticemia (complicazione della sola piometra o della peritonite che può insorgere se l’utero pieno di pus si rompe e si apre nell’addome).

TERAPIA

La terapia della piometra può essere farmacologica o chirurgica. I farmaci utilizzati sono ovviamente antibiotici, ma anche alcune sostanze che favoriscono le contrazioni dell’utero facilitando quindi la fuoriuscita del materiale all’esterno. La chirurgia invece consiste nell’asportazione dell’utero (e spesso delle ovaie laddove siano ancora presenti).
Nel nostro ambulatorio preferiamo la soluzione chirurgica per un paio di ragioni.
Primo perché siamo sicure della corretta risoluzione del problema, mentre la sola terapia antibiotica non garantisce la risoluzione completa dell’infezione e la stimolazione della contrattilità dell’utero qualora questo sia pieno di pus non è esente da rischi come la rottura dell’utero stesso o la fuoriuscita del pus in addome dalle tube di falloppio ( con conseguente grave peritonite purulenta). Secondo perché spesso un animale che ha risolto farmacologicamente una piometra, ha grosse probabilità di andare incontro alla stessa patologia al successivo calore e non necessariamente la diagnosi sarà ancora sufficientemente tempestiva.
Quindi se il vostro animale è intero (e non necessariamente anziano, perché la piometra, benché più raramente, può presentarsi anche in animali giovani) e manifesta qualcuno o tutti i sintomi sopra descritti, o magari non ha chiari sintomi e voi avete solo qualche dubbio, il mio consiglio è di portarlo prima possibile dal vostro veterinario; se non è niente di grave gli avrete fatto fare comunque un controllo, ma se ha una piometra probabilmente gli garantirete un trattamento tempestivo e una prognosi forse più favorevole.

N.d.a. Per semplificare la discussione non ho parlato della “piometra del moncone”, l’infezione purulenta del moncone uterino lasciato in sede dopo la sterilizzazione. È un’evenienza piuttosto rara, ma se dopo la sterilizzazione resta in sede anche parte del corpo uterino oltre alla cervice, questo tessuto, (soprattutto se è rimasto in sede anche del tessuto ovarico funzionante) può andare incontro ad infezione. La patologia, del tutto sovrapponibile alla piometra classica, può essere di difficile diagnosi proprio perchè tendenzialmente più rara.

FONTE: www.veterinariagiustiniana.com

FUS sindrome nel gatto

 

ANATOMIA: Kidney sono i reni, Bladder è la vescica. Questa illustrazione rappresenta dei calcoli vescicali.


Esiste una sindrome del gatto, chiamata FUS o FLUDT, caratterizzata dalla difficoltà ad urinare normalmente. Facciamo un richiamo , purtroppo necessario ma veloce, di anatomia. L’urina è prodotta dai reni; due piccoli tubicini, gli ureteri, portano l’urina dai reni alla vescica, che è una specie di “sacca di raccolta”. Quando la vescica è abbastanza distesa il gatto volontariamente la spreme e un altro piccolo tubicino, l’uretra, porta l’urina all’esterno. La FUS è quella sindrome per cui l’uretra, l’ultimo “tubicino” del sistema, per qualche motivo si ostruisce e il gatto non riesce più a svuotare normalmente la vescica. Le cause sono varie: traumi, piccoli calcoli, infezioni, contrazioni anomale dei muscoli, ma il risultato è sempre lo stesso. Il povero gatto di solito va continuamente sulla lettiera e si preme a lungo, non riuscendo a produrre che poche gocce di pipì ( e a volte neppure quelle), che il più delle volte sono rosse o rosate per la presenza di sangue (si parla genericamente di “disuria” quando il gatto ha difficoltà ad urinare). Molti proprietari che vedono indugiare il gatto nella cassetta possono erroneamente pensare che si tratti di difficoltà nel fare le feci, soprattutto se poi la lettiera è comunque bagnata dalla poca pipì prodotta.Non di rado la persistenza del micio nella lettiera è accompagnata da lamenti, anche perché spesso la FUS è dolorosa come lo è la abnorme distensione della vescica che non si svuota più come dovrebbe. I proprietari possono notare anche che il gatto passa molto tempo a toelettarsi nervosamente la zona dei genitali, oppure a volte notano che il gatto inizia a fare pipì fuori dalla lettiera. Con il passare del tempo di solito la situazione peggiora e il ristagno della pipì può iniziare a dare altri sintomi al povero micio, anche perchè tutte le sostanze che vengono eliminate con la pipì si accumulano nell’organismo e poi a lungo andare anche i reni possono essere danneggiati dal mancato deflusso dell’urina. Il povero gatto, che continua a manifestare i suoi problemi con la lettiera, diventa anche svogliato nel mangiare, apatico, debole e spesso inizia a vomitare.

Se il proprietario non si accorge che il suo gatto ha bisogno di aiuto e non lo accompagna velocemente dal veterinario possono comparire ulteriori gravi complicazioni, come insufficienza renale (i reni smettono di funzionare come dovrebbero) e alterazioni cardiache. Nei casi più avanzati, per una piccola compressione sull’addome la vescica può rompersi e la pipì può finire libera nell’addome.
Le cause della FUS possono essere come già detto molte: traumi, infezioni, errori alimentari, predisposizione genetica, problemi neurologici, ma sembra che uno stress cronico e importante possa rappresentare concretamente un fattore predisponente.
Se il proprietario ha il sospetto che Micio possa avere difficoltà ad urinare lo deve portare immediatamente dal veterinario. Di solito si interviene inserendo un piccolo catetere attraverso l’uretra nella vescica del gatto, così da svuotarla e si coglie l’occasione per fare anche un esame delle urine che può dare utili informazioni sulla causa della malattia o che può comunque orientare la terapia. Quindi il più delle volte si lascia il catetere in sede per qualche giorno, per consentire il corretto deflusso della pipì e, se necessario, per fare dei lavaggi della vescica. Al momento della visita il veterinario può cogliere l’occasione per fare anche un prelievo di sangue per stabilire se ci sia già stato un danno renale o delle alterazioni che comunque richiedano una appropriata fluidoterapia endovenosa. In alcuni casi può essere necessaria anche una lastra o un’ecografia all’addome come ulteriore passo diagnostico. La necessità di altre terapie di solito è stabilita sulla base di un corretto esame delle urine. Nella quasi totalità dei casi si instaura un nuovo regime dietetico, affidandosi a diete fatte ad hoc per mici che hanno questo tipo si problemi.
È importante che il proprietario sia correttamente informato sul fatto che spesso un micio che si è ostruito, anche dopo una corretta e fausta risoluzione del problema, può facilmente andare incontro a recidive; a distanza di giorni, mesi o anni il problema può ripresentarsi. Quindi non bisogna mai abbassare la guardia convinti che il proprio amico sia definitivamente guarito.
In alcuni casi, quando le recidive sono frequenti, e non è possibile gestirle correttamente solo con dieta e farmaci, è consigliato un intervento chirurgico, “l’ureterostomia”, che consente di modificare lo sbocco dell’uretra del gatto e di solito garantisce risultati duraturi.

FONTE: www.veterinariagiustiniana.com

Gattini e Panleucopenia

La fonte più importante di contagio è rappresentata dalle feci e dalle urine di animali infetti in forma acuta. Ma anche gatti convalescenti o gatti che non presentano sintomi possono diffondere l’infezione nell’ambiente, essendo portatori sani del virus.

 

Descritta sin dagli anni 30, la Panleucopenia Felina è una malattia infettiva del gatto, sostenuta da un piccolo virus, per questo detto «Parvovirus». È molto contagiosa e spesso porta a morte numerosi cuccioli.

I sintomi principali sono a carico del sangue, in cui diminuisce il numero di globuli bianchi, e dell’intestino, che si presenta molto infiammato.

 

Le cause

I Parvovirus del gatto sembrano essere fortemente imparentati con i Parvovirus del cane e del visone. Sono virus molto resistenti al calore e in grado di sopravvivere per mesi nell’ambiente.

Colpiscono soprattutto il gatto ed i suoi cugini selvatici, come i leopardi, le tigri, le pantere ed i leoni. In laboratorio, invece, si è riusciti ad infettare anche visoni e piccoli furetti.

L’infezione

L’infezione si contrae o per ingestione o per inalazione del virus. La replicazione del virus avviene nel sangue, nella bocca, in faringe, nel midollo osseo e nell’intestino. Ma il virus si può riscontrare anche a livello del fegato, del pancreas e del rene, in cui permane anche dopo la guarigione dell’animale.

In caso di gravidanza, il virus può passare al feto attraverso il sangue della madre, andando ad attaccare gli abbozzi embrionali di cervelletto e retina, con conseguente aborto o riassorbimento embrionale. Se, invece, i gattini riescono a nascere, molto spesso risultano già infetti e portatori di difetti congeniti, che ne causeranno la morte.

Come si diffonde

La fonte più importante di contagio è rappresentata dalle feci e dalle urine di animali infetti in forma acuta. Ma anche gatti convalescenti o gatti che non presentano sintomi possono diffondere l’infezione nell’ambiente, essendo portatori sani del virus.

Un’ulteriore possibilità di contagio sarebbe forse rappresentata dalla trasmissione dell’infezione tramite vettori, cioè attraverso pulci che, durante un pasto di sangue su un gatto infetto, abbiano ingerito il virus.

Il vaccino

Comunemente si usano vaccini allestiti sia con virus attenuati, sia con virus uccisi.

I primi sviluppano rapidamente un grande numero di anticorpi, motivo per cui sono molto utili nel caso di soggetti a rischio, ma non nel caso di femmine gravide o di gattini sotto le 3 settimane di età; i secondi, invece, essendo più sicuri perché il virus è del tutto inattivato, sono i più utilizzati.

Di solito si vaccina così: 2 interventi a distanza di 3 settimane a partire dalle 10 settimane di età, con richiami annuali almeno nei primi anni di vita del gattino. Poi, con l’aumentare dell’età del gatto, diminuirà il rischio di contrarre l’infezione.

A cura della Dr.ssa Maurizia Pallante

FONTE: www.vet-in-time.it

L’otoacariasi o rogna otodettica del cane e gatto

Quando il vostro cane o gatto si gratta l’orecchio, scuote la testa, tiene il capo reclinato da una lato, va fatto esaminare con urgenza: di solito la causa è proprio un problema alle orecchie, che determina un’infiammazione di questi organi, il cui termine medico è otite.

Nel campo delle otiti ve ne sono di differenti origini: da corpo estraneo, batteriche, micotiche e alcune di origine parassitaria, ovvero causate dalla presenza di piccoli acari che vivono nel condotto uditivo, nutrendosi di cerume e detriti cellulari; quindi di per sé banali e benigne se trattate precocemente; ma che, se non curate adeguatamente, possono dar luogo ad un’ulteriore evoluzione della patologia originaria, anche nota come rogna otodettica (a causa del forte prurito), in otiti complicate, molto più serie e più gravi per l’organo stesso, in quanto possono arrivare sino alla compromissione della funzione uditiva.

Esistono diversi tipi di acari che possono invadere il condotto uditivo di cani, cuccioli, gatti e gattini. Comunque nei cuccioli e nei gattini il più comune acaro dell’orecchio è senz’altro l’Otodectes cynotis.

Si tratta di acari psoroptici, dalle tipiche zampe lunghe, di colore bianco (riconoscibili facilmente se esaminati con l’ausilio di una lente di ingrandimento, come quella dell’otoscopio) liberi di muoversi e dotati, da adulti, di 4 paia di arti.

Il loro ciclo vitale (uovo-larva esapode-protoninfa-deutoninfa-adulto) dura circa tre settimane, e la durata complessiva della loro vita da adulti è approssimativamente di due mesi. La trasmissione avviene solitamente per contatto diretto o più raramente indiretto, attraverso l’ambiente (cucce, coperte, tappeti, ecc.), dove però possono sopravvivere al massimo per alcune settimane.

La caratteristica principale è la mancanza di specie-specificità, ovvero gli stessi acari possono infestare indifferentemente sia i gatti che i cani. A questo proposito si ritiene che il 50% o più della totalità delle otiti del gatto ed il 10% di quelle del cane siano causati da acari auricolari. Le infestazioni nei felini (che appaiono essere di gran lunga i più predisposti) variano differentemente da Paese a Paese con valori di appena 3,5% in Australia e fino al 75% negli Stati Uniti.

Ad ogni modo nella diagnosi e nel trattamento degli acari dell’orecchio non è particolarmente importante identificare esattamente e scientificamente il tipo di acaro presente. Abitualmente, infatti, questi parassiti vengono semplicemente chiamati acari dell’orecchio. Inoltre, contrariamente a quanto comunemente si crede, tali acari possono vivere, oltre che nell’orecchio, ovunque sul corpo degli animali, e in particolare su collo, groppa e coda. Gli acari dell’orecchio sono estremamente contagiosi e particolarmente diffusi nei giovani. Si possono trasferire dal corpo della madre a quello dei figli.

Addirittura sembra che le stesse pulci possano veicolarli, trasportando, adesi su di sé, sia gli acari che le loro uova! Inoltre, proprio per la mancanza di specie-specificità che li contraddistingue, possono essere facilmente trasmessi dai cani e gatti infestati agli altri animali domestici, quali conigli, criceti, topi, furetti, ecc. Il periodo d’incubazione (ovvero il tempo che intercorre dal contagio alla manifestazione dei sintomi) varia da una a due settimane. L’uomo, invece, non viene infestato e pertanto questa non può considerarsi una zoonosi.

I cuccioli e i gattini con gli acari auricolari si grattano la zona intorno alle orecchie e/o scuotono la testa in continuazione, dal momento che questi parassiti causano un’intensa irritazione, oltre che per la loro azione meccanica diretta, sembra anche per lo scatenamento di una vera e propria reazione allergica (a questo proposito si è riscontrata una reazione allergica crociata con gli acari della polvere di cui sono lontani parenti).

L’entità di queste manifestazioni sembra comunque essere indipendente dalla carica infestante; in quanto è dovuta principalmente alla reazione dell’organismo ospite e alla sua diversa sensibilità: può infatti decorrere indifferentemente in forma silente (dal punto di vista del prurito) oppure si può avere un lieve fastidio o al contrario un prurito intenso con lesioni da grattamento anche serie sino alle forme più gravi che possono esitare in vere e proprie crisi epilettiche.

Nello stadio avanzato della malattia, si può riscontrare un sanguinamento dei condotti uditivi, al cui interno si osserva la presenza di sangue (fresco o coagulato) e a volte anche esternamente sono visibili spesse croste bruno rossastre attorno e all’interno dei padiglioni auricolari. Il sangue secco è molto simile ai fondi di caffè; pertanto se scrutate nelle orecchie del vostro animale e notate l’accumulo di un materiale simile, probabilmente sono presenti degli acari, benché sia anche possibile una concomitante infezione batterica e/o da lieviti.

L’infestazione da acari dunque è una malattia comune che non va tuttavia sottovalutata. Se non vengono trattati infatti, questi parassiti danneggiano gravemente (direttamente o indirettamente) il condotto uditivo ed il timpano, causando perdite di udito permanenti oppure, a causa dello scuotimento continuo e violento delle orecchie, si può arrivare alla rottura dei capillari del padiglione auricolare con conseguente otoematoma, che richiede, nella maggior parte dei casi, una terapia chirurgica per la sua risoluzione.

Nei casi in cui l’infestazione si spinge anche al di fuori dall’orecchio, l’animale a volte si gratta le zone colpite, altre volte no. In commercio si trovano molte preparazioni per uccidere gli acari. Questi prodotti contengono un insetticida, di solito piretrine, carbammati, organofosforici o altre sostanze di sintesi più recenti, con analoga funzione.

I prodotti per le orecchie che non contengono insetticidi non elimineranno gli acari e per questo è inutile usare prodotti umani che ovviamente non contengono tali sostanze. A seconda del farmaco usato poi, può essere necessario trattare le orecchie per 1 – 3 settimane e comunque sino alla completa scomparsa degli acari.

Come già ricordato, molti acari delle orecchie vivono sull’intera superficie del corpo dell’animale, comprese le zampe e la coda, per cui a volte si rende necessario trattare anche queste zone. In questo caso saranno efficaci prodotti studiati per le pulci e le zecche come spray, spot-on, e shampoo che contengono una delle sostanze sopracitate.

Verificate accuratamente di utilizzare prodotti approvati specificamente per i gatti quando trattate tali animali (perché spesso quelli usati per i cani sono tossici per il gatto) e soprattutto abbiate cura di trattare anche la coda. Oltre alle orecchie è proprio questa, infatti, che arrotolandosi attorno al corpo del gatto durante il sonno, risulta essere una delle parti più a stretto contatto con le orecchie. Essendo gli acari facilmente trasmissibili tra tutti gli animali domestici, è opportuno trattare contemporaneamente tutti quelli che vivono nella stessa casa.

Molti tipi di acari non sopravvivono a lungo fuori dagli animali, e quindi, di solito, non occorre trattare anche la casa ed il cortile. Ad ogni modo ovviamente seguite sempre le indicazioni e i consigli che solo il vostro veterinario è in grado di darvi, una volta esaminato il vostro animale e fatta la corretta diagnosi, prescrivendovi i prodotti più indicati e dandovi direttive precise su come comportarvi caso per caso.

A cura del dr. Antonio Sessa

FONTE: astrovet.blogspot.com

FIV e FeLV

FIV è l’acronimo anglosassone per Feline Immunodeficiency Virus, un virus felino specie-specifico, analogo all’HIV umano.

Come nel caso dell’HIV in umana, il FIV non produce di solito direttamente una malattia, ma tende a ridurre le difese immunitarie del gatto colpito (“ospite”), così da renderlo più suscettibile di infezioni croniche oppure di alcuni tipi di tumori.

Andiamo però per ordine: il virus si trasmette unicamente da gatto a gatto e principalmente attraverso le ferite da morso, (quindi sono maggiormente soggetti al pericolo del contagio i gatti maschi interi -cioè non castrati- che combattono per il controllo del territorio). Altre vie di contagio, come il leccamento reciproco, lo scambio di ciotole, il passaggio transplacentare tra mamma infetta e feti, i rapporti sessuali, sono vie possibili ma meno frequenti.

Una volta che il virus è penetrato nell’organismo del suo “ospite”, l’infezione decorre attraverso diversi stadi, non sempre ben distinguibili tra loro.
Inizialmente si ha una prima fase “acuta” in cui si hanno segni clinici variabili come forma e intensità (tanto che purtroppo possono passare del tutto inosservati da parte dei proprietari): si possono avere febbre, diarrea, congiuntivite, e aumento di volume dei linfonodi. Spesso gli animali colpiti presentano alterazioni degli esami del sangue, come anemia e leucopenia (diminuzione dei globuli bianchi), che però, pur essendo compatibili con la FIV, non sono specifiche di questa infezione e possono pertanto rappresentare unicamente un campanello d’allarme. In alcuni animali l’aumento di volume dei linfonodi può essere particolarmente importante e durare per alcuni mesi.
Dopo questa prima fase la gran parte degli animali entra in un periodo di “latenza”, cioè di infezione in assenza di sintomi identificabili. In questa fase, che può durare anche diversi anni, il virus è presente all’interno dell’organismo del suo “ospite”, ma le alterazioni riscontrabili sono scarse o nulle. Di solito anche gli esami del sangue sono normali; possono eventualmente essere presenti sono una lieve leucopenia e un aumento delle proteine del sangue, in particolare della frazione delle gamma-globuline (valutabile tramite un tracciato elettroforetico). Anche in questo caso però tali alterazioni non sono specifiche per il FIV e quindi possono solo mettere in allerta il veterinario sul potenziale pericolo.
La durata del periodo di latenza dipende da molti fattori, tra cui l’età del gatto al momento del contagio ( gattini più giovani tendono purtroppo ad avere un periodo di latenza più breve) e il tipo di vita che il gatto stesso conduce, con particolare riferimento alla sua esposizione ad altre malattie infettive ( lo stimolo indotto da altre infezioni sul sistema immunitario può rendere più breve la fase di latenza).

La fase avanzata dell’infezione, la FAIDS (Feline Acquired Immunodeficiency Syndrome) è caratterizzata da frequenti infezioni croniche. In particolare vengono riscontrate con maggiore frequenza stomatite/gengivite/faucite ( un’infezione generalizzata delle gengive e della regione più caudale della bocca), anemia, leucopenia, insufficienza renale, sinusite e una serie di malattie infettive batteriche, virali e parassitarie che godono della diminuzione delle difese immunitarie del povero gatto.

Si rilevano spesso anche infiammazioni delle congiuntive e degli occhi (dalle congiuntive arrossate e infiammate, alla lacrimazione frequente , all’”opacamento” degli occhi).

La FAIDS rende inoltre i gatti più suscettibili allo sviluppo di tumori, soprattutto di natura linfoide (partono cioè dal tessuto linfoide normalmente presente nell’organismo). In particolare il linfoma alimentare (tumore che colpisce l’intestino e i cui sintomi possono essere inizialmente subdoli, ma che di solito a lungo andare causa grave diarrea e dimagrimento dell’animale) è riscontrato più frequentemente in gatti colpiti dalla FAIDS.

La diagnosi di FIV può essere fatta attraverso diversi esami del sangue. In particolare il metodo più diffuso ricerca gli anticorpi che il sistema immunitario del gatto ha prodotto nei confronti del virus.
Infatti dopo il contatto con il virus e la sua iniziale circolazione nell’organismo, il sistema immunitario dell’ospite prova a difendersi producendo anticorpi (difesa purtroppo inutile contro questo virus). Ci vogliono circa 2-4 settimane perché si verifichi la produzione di anticorpi ( e possono volerci fino ad 8 settimane perché questi anticorpi siano “visibili” ai test).
Il test che ricerca gli anticorpi può dare , anche se raramente, falsi risultati positivi, per cui può essere utile ritestare i gatti positivi. In particolare nei gattini piccoli che sono nati da mamme infette, può capitare che il test sia positivo perché il gattino ha nel sangue gli anticorpi passati dalla mamma con il latte, anche se lui non è entrato in contatto con il virus e non è infetto. In questo caso il test di conferma andrebbe ripetuto dopo che il gattino ha compiuto i 6 mesi di età.
Purtroppo sono possibili anche risultati falsi negativi, soprattutto in animali che sono nella fase acuta o iniziale dell’infezione. Quindi in quegli animali che hanno sintomi compatibili con la fase iniziale dell’infezione da FIV , ma in cui il test è risultato negativo, sarebbe utile un test di conferma a distanza di almeno 8 settimane.
Anche quando si raccoglie un gattino dalla strada senza conoscerne la storia, un iniziale test negativo andrebbe riconfermato dopo almeno 8 settimane; proprio perché se il gatto fosse entrato solo recentemente in contatto con il virus, potrebbe non aver ancora prodotto gli anticorpi evidenziabili dal test.

Per il FIV non c’è una cura specifica e attualmente non esiste in Italia un vaccino. Negli Stati Uniti è stato commercializzato un vaccino, ma sulla sua reale efficacia gli studi sono ancora in corso (non è infatti sicuro che copra tutti i sottotipi di virus esistenti e peraltro può indurre errori di interpretazione nei test per valutare lo stato FIV).

Come già detto, nei gatti FIV positivi (FIV + ) altre infezioni dovrebbero essere quanto più possibile evitate, proprio per non accelerare il decorso della malattia. I gatti infetti poi, anche quando clinicamente sani, dovrebbero essere portati dal veterinario almeno una volta all’anno, in modo che dalla visita e dagli esami del sangue sia possibile evidenziare qualsiasi altra malattia il più precocemente possibile. Qualsiasi anomalia che il proprietario noti dovrebbe essere riferita tempestivamente al proprio veterinario per lo stesso motivo.

I gatti che si ammalano non sono necessariamente spacciati, ma vanno trattati in maniera più “attenta”, per cui terapie antibiotiche o antimicotiche possono richiedere dosaggi più alti e per tempi più lunghi rispetto a quelle praticate su gatti FIV negativi.

La stomatite frequentemente rappresenta un grosso problema nei gatti FIV +, perché spesso molto dolorosa tanto da impedire agli animali di alimentarsi correttamente. Il più delle volte né la pulizia dei denti né le terapie antibiotiche sortiscono effetti positivi.
Una valida alternativa alle terapie prolungate a base di cortisonici (che sono la terapia applicata più frequentemente) può essere l’utilizzo dell’AZT , l’applicazione locale di lattoferrina bovina (difficile da trovare però) o la rimozione di tutti i denti (che di solito è ben tollerata dai gatti e risolve il problema a lungo termine, riconsentendogli di mangiare normalmente).
Nei casi in cui sia presente una grave anemia può essere utile il ricorso alla somministrazione di eritropoietina umana.

Purtroppo non esiste una terapia specifica per il FIV. Si può solo tentare di tenere sotto controllo l’infezione con l’utilizzo degli interferoni e dell’AZT.

Una raccomandazione ai proprietari: i gatti FIV + dovrebbero essere tenuti in casa per almeno due ragioni:

  • In primo luogo per ridurre la loro esposizione ad altre malattie infettive e provare in tal modo ad aumentare le loro aspettative di vita (animali contagiati da adulti, tenuti in un ambiente casalingo e sotto attento controllo da parte del proprietario e del veterinario, possono vivere anche dieci anni in condizioni più che soddisfacenti).
  • In secondo luogo per evitare che essi stessi possano allargare il contagio, tentando così di ridurre la presenza di questa grave malattia nel nostro territorio.

Sempre a tale scopo, a costo di annoiare chi legge, suggerisco ancora di castrare i gatti maschi e sterilizzare le femmine: oltre ad un responsabile controllo delle nascite, questa pratica può contribuire a ridurre le possibilità di contagio di queste malattie nella popolazione felina.

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Anche il FeLV (Feline Leukemia Virus) appartiene infatti, così come il FIV, alla grande famiglia dei Retrovirus.

Il FeLV favorisce, abbassando le difese immunitarie del gatto ospite, molte malattie croniche; in più, esso stesso può essere causa di diversi tipi di tumore.

La trasmissione da gatto a gatto può avvenire in diversi modi, particolarmente attraverso la condivisone delle ciotole, il leccamento reciproco, attraverso ferite da morso, durante l’accoppiamento. E’ peraltro possibile anche la trasmissione transplacentare dalla mamma ai cuccioli.

Sembra che i gatti giovani siano maggiormente suscettibili al contagio.

Una volta che il virus è entrato nell’organismo comincia a replicarsi e a circolare nel sangue (fase “viremica”).
Una percentuale di gatti “fortunati” riesce a produrre una difesa immunitaria efficace che limita l’iniziale diffusione del virus nell’organismo e riesce ad eliminarlo completamente.
Quando invece le difese immunitarie non riescono a contenere la diffusione del virus si ha, come già detto, la fase viremica, in cui il virus circola nell’organismo e si localizza in alcuni organi.
A questo punto esistono diverse possibilità:
Il gatto può andare incontro ad una fase di “viremia transitoria”. Di solito questa fase dura mediamente 4-6 settimane. In questa fase alcuni animali riescono comunque a neutralizzare il virus e ad eliminarlo completamente dall’organismo.
Di solito dopo la terza settimana di viremia il virus si localizza nel midollo osseo e “aggredisce” i precursori delle cellule che circolano nel sangue, riuscendo a “nascondere” le informazioni necessarie per la sua moltiplicazione nelle cellule stesse. Anche se è ancora possibile che le difese immunitarie del gatto riescano a eliminare il virus che circola nel sangue (portando così a termine la viremia), una volta che il midollo è stato parassitato il virus non potrà mai essere completamente eliminato dall’organismo, perchè le informazioni per la sua riproduzione (“replicazione”) saranno contenute nelle stesse cellule del gatto.

I gatti che hanno superato la fase viremica e che quindi non hanno più virus circolante nel sangue, ma in cui il virus è comunque arrivato al midollo osseo, sono in una fase cosiddetta “latente” dell’infezione. Le infezioni “latenti” possono diciamo “riaccendersi” (cioè il virus torna a moltiplicarsi e ad essere presente nel sangue) spontaneamente in seguito all’abbassamento delle difese immunitarie o in seguito a trattamenti cortisonici prolungati. Anche la gravidanza rappresenta una possibile causa di nuova fase “viremica” in quelle gatte che erano in fase di infezione latente.
Si è comunque visto che più si allunga il periodo di latenza, minori sono le probabilità che il virus si “riattivi”.

Quando invece la fase di iniziale viremia dura più di 16 settimane e il sistema immunitario del gatto non è in grado di reagire si parla di “fase viremica persistente”. Di solito animali molto giovani o immunodepressi vanno incontro a questa evoluzione. La persistenza del virus nel sangue si associa alle malattie causate dal FeLV e gli animali con viremia persistente hanno una sopravvivenza media di circa tre anni.

La fase viremica iniziale è di solito associata a sintomi variabili e aspecifici, come febbre, aumento di volume dei linfonodi, diarrea, abbattimento.
Quando la viremia è persistente si possono avere invece frequentemente tumori, in particolare linfomi (cioè tumori che originano dal tessuto linfoide e che a loro volta possono avere diverse localizzazioni). Altre patologie causate dal FeLV sono anemia, leucopenia (diminuzione dei globuli bianchi nel sangue), leucemie (aumento di natura tumorale delle cellule bianche del sangue), stomatite/gengivite, infezioni ricorrenti sulla cute, intestinali, respiratorie (da forme di rinotracheite croniche a bronchiti e bronco-polmoniti), urinarie (cistiti croniche, glomeruloneofriti ), alterazioni del sistema neurologico sia periferico (problemi di deambulazione, difficoltà di urinazione e defecazione, …) che centrale (cecità, differenza nel diametro delle due pupille, vocalizzi, cambiamenti di carattere e comportamento, …)

Come si diagnostica

Nelle fasi viremiche (cioè sempre nelle infezioni “persistenti” e all’inizio nelle forme “latenti”) si ricerca il virus (o meglio alcune sue parti) libero nel sangue, oppure associato ad alcune cellule (sempre nel sangue).

Nella forme di infezione “latente” purtroppo questi test possono dare un risultato negativo, perchè, come detto precedentemente, il virus non circola più, ma si “nasconde” nelle cellule progenitrici del midollo osseo. In questa fase può essere utile un altro esame, la PCR, che però spesso viene eseguita sul midollo osseo stesso e la cui esecuzione richiede pertanto che il gatto sia in anestesia.
Quando si ricerca il virus libero nel sangue (il test più diffuso), un solo risultato positivo non basta per dire che un animale è malato; infatti il gatto potrebbe essere nella fase iniziale di replicazione del virus, oppure potrebbe essere in una fase viremica “transitoria” che potrebbe a sua volta portare ad una successiva latenza quando non ad una completa negativizzazione. Per tale motivo in questi casi il test andrebbe ripetuto dopo 6-8 settimane. Nei casi dubbi può essere utile associare un altro test, l’immunofluorescenza, in modo da ottenere, mediante l’interpolazione dei risultati, un quadro più completo sull’evoluzione della malattia.
Proprio perchè un’infezione latente può sfuggire ai test, qualsiasi animale malato che abbia un quadro clinico compatibile con questa malattia dovrebbe essere sottoposto al test anche se già precedentemente testato con esito negativo.

Come si cura

Per quanto riguarda la terapia restano salde le raccomandazioni già ricordate per il FIV:
I gatti infetti (sia in fase latente che in fase di viremia persistente) dovrebbero evitare l’esposizione ad altre malattie e qualsiasi forma di stress. Qualsiasi malattia (secondaria o meno all’infezione) dovrebbe essere diagnosticata quanto più precocemente possibile ( e per questo sono indispensabili controlli frequenti dal veterinario e l’attenzione del proprietario) e trattata in maniera aggressiva.
A tutt’oggi non esiste una terapia antivirale di sicura efficacia e, come per il FIV, vengono messi in atto tentativi terapeutici con lo scopo di tenere sotto controllo l’infezione con protocolli a base di interferoni, AZT e immunomodulatori

A differenza del FIV per il FeLV esiste un vaccino.

Tale vaccino non ha alcun effetto protettivo sui gatti che sono già infetti, per cui sarebbe sempre raccomandabile effettuare il test prima di procedere alla vaccinazione.
Va aggiunto che la vaccinazione del gatto non è scevra da potenziali effetti collaterali, per cui andrebbe riservata agli animali che sono realmente a rischio di infezione.

Il vaccino è efficace, ma non copre il gatto al 100%. Ciò significa che esiste una seppur bassa probabilità che un gatto vaccinato che vive in un ambiente in cui il virus è molto diffuso e che ha possibilità di contatto con esso (gatto maschio non castrato che combatte per il territorio oppure gatta femmina non sterilizzata libera di accoppiarsi con gatti potenzialmente infetti) contragga l’infezione.
L’unica via di sicura prevenzione resta pertanto evitare il contatto del proprio animale con gatti infetti e a tale scopo la castrazione dei gatti maschi e la sterilizzazione delle femmine può rappresentare un ausilio.

FONTE: www.veterinariagiustiniana.com

PKD: Rene policistico del gatto

COS’È LA PKD

La PKD (Sindrome del Rene Policistico) è un disordine renale ereditario, riportato in letteratura solo dal 1967. Tipicamente, già alla nascita, in entrambi i reni sono presenti numerosissime cisti. Le cisti non sono altro che cavità piene di liquido, che aumentano di volume col crescere dell’animale, fino a raggiungere anche i 2,5 cm di diametro. Il rene di un gatto colpito da PKD può ospitare da 20 a 200 cisti.
“Fai il TEST del DNA per sapere se il tuo gatto è portatore”

BASTA UN PRELIEVO DI SANGUE O DI SALIVA

RAZZE PORTATRICI
La razza più colpita è, senza dubbio, quella dei Gatti Persiani. Tuttavia, possiamo ritrovare la malattia anche in altre razze di gatti, che in passato furono incrociati con i Persiani. E’ il caso delle seguenti razze: Exotic Shorthair, Selkirk Rex, British Shorthair, Scottish Fold, Sacri di Birmania, Ragdoll, American Shorthair, Devon Rex, Maine Coon, Norvegesi delle Foreste, Sphynx, Orientali, Cornish Rex, Abissina, Somala, Manx e Burmese.

 

SINTOMI
Non sempre un gatto portatore manifesta segni di malattia. Ciò dipende da innumerevoli fattori, primi fra tutti la dimensione ed il numero di cisti presenti in entrambi i reni. L’insufficienza renale diventerà evidente solo quando le cisti occuperanno troppo spazio, alterando la normale architettura del parenchima renale e, di conseguenza, compromettendo la sua funzione fisiologica, fino a raggiungere il blocco renale. Animali con poche o piccole cisti probabilmente non si ammaleranno mai. I primi segni di malattia sono poco specifici e compaiono fra i 3 ed i 10 anni d’età dell’animale. Innanzi tutto, aumenteranno frequenza e quantità di abbeveramento (polidipsia) e minzione (poliuria). Successivamente, con l’aggravarsi della situazione, il gatto può perdere appetito e dimagrire, il pelo diventerà meno luminoso e, saltuariamente, potranno esserci episodi di vomito e di alitosi. Spesso si può ritrovare anche del sangue nelle urine (ematuria).

TRATTAMENTO E PROFILASSI
Poiché, a tutt’oggi, non esiste alcuna cura né alcun modo di prevenire l’insorgenza e lo sviluppo della PKD, si consiglia di testare sempre i riproduttori prima di metterli in monta. L’unico mezzo di profilassi, infatti, resta quello di eliminare dalla riproduzione i soggetti positivi al test per la PKD.
L’inizio del trattamento di un animale malato dovrebbe essere quanto più precoce possibile. Lo scopo è quello di cercare di idratare l’animale, con fleboclisi o ipodermoclisi di soluzione fisiologica almeno 2 giorni a settimana, fino stabilizzazione. Successivamente, si può operare sulla dieta dell’animale, somministrando
mangimi commerciali ipoproteici ed a scarso contenuto di fosforo. Nei casi più gravi, il protocollo prevede l’utilizzo di farmaci ACE-inibitori e di antibiotici, in caso di necessità.

DIAGNOSI
La diagnosi tradizionale è basata su ecografia ed esami di laboratorio. L’ecografia è un esame facilmente eseguibile, che, nella maggior parte dei casi, non necessita neanche della sedazione dell’animale. Il gatto viene tosato sui fianchi o intorno all’ombelico, aree su cui viene apposta la sonda per esaminare i reni. Gli
ultrasuoni sono utili sugli animali anziani, perché permettono di valutare sia la numerosità che le dimensioni delle cisti renali, tuttavia è necessario affidarsi ad un veterinario esperto che abbia anche la strumentazione adatta. Questo discorso non vale per i gatti giovani, i quali potrebbero avere cisti talmente piccole da non essere evidenziabili dall’ecografo. In questi casi, il mezzo diagnostico più affidabile è, senza dubbio, un test genetico. Per farlo basta un semplice prelievo di sangue o di saliva: il risultato si ha, all’incirca, dopo 2 settimane.
Analisi di laboratorio di routine, quali emocromo, profilo biochimico dei parametri ematici ed esame delle urine, aiuteranno il clinico a quantificare il danno ed ad impostare una corretta terapia. Per questo motivo, nei gatti malati, si consiglia di ripetere questi esami ogni 6 mesi.

PKD: EREDITARIETÀ
La PKD è una malattia ereditaria, dovuta ad una mutazione genetica. Il gene anomalo non è localizzato sui cromosomi sessuali, per cui la malattia si definisce “Autosomica” e può colpire gli individui sia di sesso maschile che femminile. Il gene responsabile della PKD è anche dominante, ciò significa che basta un solo genitore positivo per trasmettere la malattia al gattino. Nel caso in cui entrambi i genitori trasmettono il gene mutato, il gattino sarà un omozigote dominante, che, molto probabilmente morirà prima o poco dopo il parto.
Poiché i geni derivano sia dal padre che dalla madre, il corredo genico di un individuo è duplicato. Ciò significa che un gatto positivo non sempre genera gattini positivi. Le probabilità statistiche sono le seguenti:
• Entrambi i genitori PKD negativi: tutti i gattini saranno PKD negativi;
• Entrambi i genitori eterozigoti: i gattini hanno il 75% di probabilità di ereditare la PKD;
• 1 genitore PKD negativo + 1 genitore eterozigote: i gattini hanno il 50% di probabilità di ereditare la PKD.
COME GESTIRE LA PKD IN UN ALLEVAMENTO
Come già accennato, il primo passo consiste nell’identificazione di tutti i soggetti positivi, al fine di escluderli dai piani di allevamento. Sarebbe auspicabile che ogni allevatore eseguisse lo screening dei propri riproduttori.
Il test del DNA è il mezzo più economico e sicuro, perché permette di avere un risultato invariabile nel tempo con un attendibilità del 100%.

A cura della Dr.ssa Maurizia Pallante

FONTE: www.vet-in-time.it

Filariosi Cardio-Polmonare del cane e del gatto

La filariosi è una malattia parassitaria, provocata dall’infestazione di alcuni vermi tondi, i nematodi. Delle due specie di parassiti che possono colpire il cane, Dirofilaria immitis e D. repens, la prima è di gran lunga la più importante. Questi vermi, divenuti adulti, si localizzano nelle arterie polmonari e talvolta nelle cavità destre del cuore e nei vasi venosi ad esse afferenti, dando luogo ad una grave forma clinica. Inizialmente, la filariosi era confinata nelle regioni più calde ad elevata concentrazione di zanzare, che costituiscono i principali trasmettitori di questa patologia, ma, negli ultimi decenni, questo parassita si è diffuso, costituendo un problema di massimo rilievo in numerose nazioni.

La filaria può colpire il cane, la volpe, il coyote, il gatto ed il furetto, ma anche l’uomo, in cui può causare l’insorgenza di una malattia nota con il nome di elefantiasi. Le malattie trasmesse dagli animali all’uomo, ma non viceversa, sono dette “zoonosi” e rivestono notevole importanza, soprattutto a livello della profilassi della salute pubblica. I fattori che influenzano la diffusione della parassitosi dipendono dal grado di concentrazione di individui infetti, dal numero di zanzare presenti e dal tipo di ambiente, che può facilitarne lo sviluppo in tempi brevi.

SEGNI CLINICI

Gli animali infestati da filarie presentano inizialmente tosse seguita da facile affaticabilità, mentre nella fase terminale i segni caratteristici sono rappresentati da alterazioni del ritmo respiratorio ed insufficienza cardiaca, per cui si ritrova emoglobina nelle urine.

DIAGNOSI

Si basa sulla sintomatologia clinica e su test che confermino la presenza del parassita, come esami del sangue, radiografie toraciche o ecocardiografie. Gli animali colpiti raramente hanno un’età inferiore all’anno e per lo più superano i due anni.
TRATTAMENTO

Il trattamento non è agevole e dovrebbe essere intrapreso solamente dopo un attento esame del soggetto e dopo che siano state messe in atto tutte le terapie di supporto del caso, per migliorare le condizioni dei cani con gravi sintomatologie. Prima di tutto, è necessario combattere farmacologicamente i parassiti adulti, che sono i più patogeni, poi, terminata la terapia nei loro confronti, deve essere intrapreso un trattamento contro le larve circolanti nel sangue. Nel caso in cui gli adulti, oltre che nelle arterie polmonari, fossero presenti anche nelle vene afferenti al cuore, ne è consigliata la rimozione chirurgica.

NEL GATTO

SEGNI CLINICI

Nel gatto la sintomatologia è solitamente acuta e di tipo respiratorio, eventualmente associata anche a vomito. In questa specie, anche un solo parassita può essere causa di gravi sintomi e morte improvvisa.

DIAGNOSI

Si basa sulla sintomatologia clinica e su test che confermino la presenza del parassita, come esami del sangue, radiografie toraciche o ecocardiografie. Nel gatto, però, questi test hanno bassa sensibilità.

TRATTAMENTO

Il trattamento non è agevole e dovrebbe essere intrapreso solamente dopo un attento esame del soggetto e dopo che siano state messe in atto tutte le terapie di supporto del caso, per migliorare le condizioni dei gatti con gravi sintomatologie. Infatti, per i gravi rischi conseguenti alla morte dei parassiti, nel gatto si preferisce attuare una terapia conservativa, riservando la terapia adulticida solo ai casi in cui non sia possibile controllare i sintomi della malattia.
A cura della Dr.ssa Maurizia Pallante

FONTE: www.vet-in-time.it

Emobartonellosi: Anemia infettiva felina

Il responsabile della malattia è il Mycoplasma haemofelis, un microorganismo parassita dei globuli rossi.

I gatti possono contrarre l’emobartonella:

Attraverso le pulci
Durante la gravidanza, per via transplacentare
Durante il parto per contatto di sangue dalla madre infetta al gattino
Durante l’allattamento
A causa di trasfusioni di sangue infetto

Non è ancora del tutto noto come avvenga la trasmissione della malattia da gatto a gatto. Le gatte clinicamente malate possono infettare i gattini ma non è stato determinato se latrasmissione avvenga in utero, durante il parto o attraverso l’allattamento. E’ stata ipotizzata la trasmissione attraverso il morso. I combattimenti e l’infestazione di pulci hanno un ruolo nella trasmissione dell’infezione.

Il tempo che intercorre fra l’inoculazione e la parassitemia è solitamente di 6-17 giorni.

I microorganismi si fissano alla superficie della membrana eritrocitaria ed inducono un danno strutturale, che abbrevia la vita dei globuli rossi e provoca la perdita di emoglobina. L’esposizione e l’alterazione degli antigeni associati alla membrana eritrocitaria determinano la produzione di autoanticorpi che rivestono gli eritrociti e possono dare inizio a un’emolisi. Gli anticorpi fissati alle membrane degli eritrociti possono causare l’agglutinazione, inibendo la circolazione dei globuli rossi attraverso la milza ed altri letti vascolari.

La maggior parte della perdita degli eritrociti è dovuta alla loro fagocitosi nella milza.

Segni e sintomi

L’anemia infettiva felina, causa anemia che si può accompagnare a febbre nei primi stadi della malattia. I segni clinici includono stanchezza, depressione, riduzione del’appetito, e pallore delle mucose , talvolta associati a perdita di peso o manifestazioni respiratorie. Tali segni clinici sono comuni a molte altre patologie che causano anemia e non specifici dell’emobartonellosi. Altri segni clinici possono essere aumento di volume della milza e dei linfonodi.

Le prime due o tre settimane dall’infezione sono asintomatiche: il gatto sta apparentemente bene. Alcuni gatti riescono a rimanere in questa fase per molto tempo, anche per tutta la vita: nonostante si siano infestati con Mycoplasma haemofelis non manifestano alcun problema. Sono per questo detti portatori sani. La maggior parte dei gatti però non rimane asintomatica e, presto o tardi, svilupperà la malattia. A volte è necessario un fattore stressante, come una malattia o un intervento chirurgico.

L’emobartonellosi inizia con una fase acuta caratterizzata da una grave anemia che può anche portare a morte il gatto. I parassiti infatti si legano alla membrana dei globuli rossi, danneggiandoli e rendendoli così soggetti all’azione della milza che li distrugge. Se l’animale non muore durante la fase acuta inizia la fase di guarigione nella quale i globuli rossi non vengono più alterati ed Mycoplasma haemofelis viene imprigionato nella milza, senza tuttavia venire eliminato del tutto. Nonostante il gatto cominci a stare meglio e l’anemia a risolversi, il parassita è quindi ancora presente e può rimanere anche per anni. Fattori stressanti possono quindi causare un calo delle difese immunitarie del micio e una conseguente ricomparsa della fase acuta della malattia.

I gatti a rischio sono quelli che possono uscire all’aperto, ma non sono fuori pericolo quelli che vivono esclusivamente in casa. La stagione più a rischio è la stagione calda, dove il numero di pulci è più elevato.

Diagnosi

Il primo passo sarà quindi quello di effettuare un esame del sangue (emocromocitometrico) che ci rivelerà con certezza la presenta di una grave anemia. Il volume dei globuli rossi rispetto a tutto il volume del sangue (ematocrito) appare molto diminuito: valori normali si aggirano attorno al 37%, ma in caso di anemia da emobartonellosi si può scendere addirittura sotto il 15% rendendo necessaria una trasfusione.

Il midollo rosso, deputato alla formazione di nuovi globuli rossi, cercherà quindi di compensare la grave anemia aumentando al massimo delle sue possibilità la formazione di nuovi globuli rossi. La situazione è talmente urgente che il midollo, per fare più in fretta, rilascerà nel sangue globuli rossi immaturi, i reticolociti. Nell’esame del sangue i reticolociti, normalmente assenti, o quasi, appariranno molto aumentati, segno che il midollo sta reagendo per cercare di compensare l’anemia.

Dall’esame del sangue possiamo quindi avere la certezza che il gatto ha una grave anemia rigenerativa, segnalata da:

basso ematocrito
alto numero di reticolociti

Tuttavia questo non è ancora sufficiente per avere una diagnosi, perchè l’emobartonellosi non è l’unica malattia che causa anemia rigenerativa. La diagnosi certa può quindi essere fatta in due modi:

Esame parassitologico diretto: consiste nel vedere le Mycoplasma haemofelis attaccate ai globuli rossi. La tecnica è molto semplice: si preleva una goccia di sangue, si striscia un vetrino, lo si colora e lo si guarda al microscopio. Tuttavia, anche se il gatto è infetto, non sempre si riesce a vedere il parassita al microscopio, perché la sua comparsa nel sangue è ciclica, non costante. Inoltre molti artefatti presenti nello striscio di sangue possono essere confusi con questi organismi.

PCR (polimerase chain reaction): è in assoluto il metodo più sicuro per diagnosticare l’emobartonellosi. Consiste nella ricerca del DNA del parassita nel sangue del micio, è quindi sufficiente un semplice prelievo di sangue. E’ un’ottima tecnica che da risultati attendibili sia in caso di negativi, sia in caso di positivi.

Trattamento

Per trattare la FIA si utilizzano farmaci antibiotici. Il farmaco di elezione è la doxiciclina somministrata alla dose di 10 mg/Kg PO ogni 24 ore per tre-quattro settimane. Un altro farmaco che si può utilizzare è l’enrofloxacina alla dose di 10 mg/kg PO ogni 24 ore per periodi fino a 28 giorni. In associazione agli antibiotici si possono somministrare corticosteroidi, al fine di sopprimere la distruzione immunomediata dei globuli rossi alla dose di 1-4 mg/Kg/die per 1-2 settimane fino a che l’emolisi cessa. Per verificare l’efficacia del trattamento può essere utilizzata la tecnica della PCR.

Nei gatti in cui l’anemia è molto grave può essere necessaria la somministrazione di ossigeno e l’infusione endovenosa di liquidi. Allo stesso modo è importante fornire un trattamento di supporto, una corretta alimentazione e una reidratazione adeguata nel caso di animali disidratati.

Prevenzione

Dal momento che non sono del tutto chiari i meccanismi di trasmissione, è difficile stabilire le linee di prevenzione. E’ opportuno prevenire le infestazioni da pulci e limitare le aggressioni tra gatti.

A cura della dott.ssa Daniela Ferrari

FONTE: Clinica Borgarello Blog