Come evitare di essere complici della tratta dei cuccioli dall’est

Posted by By at 14 Marzo, at 23 : 29 PM Print

I blitz del Corpo Forestale e dei Carabinieri in vari canili d’Italia, ripresi anche dalle telecamenre di Striscia la notizia, ripropongono il tema dei cuccioli che arrivano dall’est europeo. Di seguito un breve decalogo per evitare di essere complici della tratta dei cuccioli dall’est e una riflessione generale su come talvolta questo mercato si sviluppa.Il decalogo

L’associazione Gaia Animali & Ambiente e l’Ufficio Diritti Animali della Provincia di Milano, voluto dall’assessore provinciale Pietro Mezzi, hanno stilato un decalogo per evitare di essere gabbati e, soprattutto, di essere complici di questa triste speculazione. Ecco dieci mosse.

1. Non acquistare animali a mercati, mercatini o fiere itineranti
2. Non comprare mai cagnolini o micetti di età inferiore ai tre mesi
3. Non comprare cuccioli in negozi: se si vuole assolutamente acquistarne uno, meglio rivolgersi ad un allevatore serio, riconosciuto dall’Enci (Ente Nazionale Cinofilia Italiana)
4. Insospettirsi se il prezzo del cucciolo di cane è inferiore ai 250 euro
5. Richiedere sempre di avere immediatamente il documento di acquisto
6. Non farsi allettare da un attestato internazionale
7. Richiedere la documentazione delle vaccinazioni
8. Firmare un contratto d’acquisto e leggerselo tutto
9. Sempre meglio scegliere un cagnolino di canile: al nr. verde 800.992223 dell’Ufficio Diritti Animali della Provincia si può chiedere l’indirizzo del rifugio più vicino a casa
10. Portare comunque il neoacquisto subito da un veterinario, per una bella visita

Il fatto
State per acquistare un cagnolino o una micetta? Attenzione a chi vi rivolgete, per non alimentare, inconsapevolmente, l’orribile tratta dei cuccioli dall’Est europeo. Già, perché in Italia molti negozi, alcuni sedicenti allevamenti e quasi tutte le “fiere del cucciolo” si riforniscono di cuccioli provenienti da Ungheria, Romania, Polonia e così via. Che c’è di male? Che le bestiole vengono allevate male, comprate per due soldi e ammassate a decine in camioncini senz’acqua, senza cibo, per migliaia di chilometri, dall’Est europeo fino alle nostre frontiere e oltre. Sono cuccioli di pochi giorni di vita, e muoiono come mosche.

La tratta
Come avviene questo mercato? Basta andare in una piazza di mercato di Budapest o di qualche altra città ungherese o polacca o ceca: ci sono gli importatori italiani, che arrivano con i furgoni. C’è il mediatore ungherese. Ci sono i “produttori” locali, con la “merce” da piazzare, che arrivano in trattore dalle campagne circostanti: si tratta di allevatori di pecore o contadini, che sanno ben poco di allevamento di cani, di razze, di genealogia. Men che meno di diritti degli animali… Infine c’è il veterinario ungherese (o polacco ecc.) che arriva con un tavolino, pieno di fogli e timbri. Inizia la contrattazione. I contadini esaltano la loro merce, il traduttore traduce, gli italiani abbassano il prezzo. Quanto? In genere, sui 25 Euro a “pezzo”. Per pezzo si intende un cucciolo di uno o due mesi appena strappato alle cure della mamma. Verrà rivenduto in Italia a dieci volte tanto. I documenti di espatrio, sostengono alcune associazioni animaliste che si sono occupate della vicenda, vengono fatti al momento dal veterinario, che spesso timbra libretti di vaccinazione mai fatti. Di vaccini nemmeno l’ombra. D’altronde, al veterinario non importa: tanto i cuccioli acquistati escono dal suo Paese. Conclusa la tratta, l’importatore italiano paga in contanti i contadini e il traduttore, lascia una mancia al veterinario e carica sul furgone la sua mercanzia.

Il viaggio
Poi il viaggio. Sovente un’ecatombe. Imballati come saponette, dentro cassette di cartone o di legno, ammassati, al buio, senz’acqua né cibo, i cuccioli arrivano a destinazione dopo trenta-trentacinque ore di viaggio, in condizioni igieniche talvolta drammatiche.

Le frontiere
Alla frontiera sarebbe necessario verificare che i trasportatori non violino le leggi a tutela degli animali. Che sono due. La 189/2004 contro il maltrattamento di animali e il decreto legislativo 532/92 per la protezione degli stessi durante il trasporto. “Ma i controlli e le visite alla frontiera sono quasi inesistenti”, sospirano gli amici degli animali. “Le autorità italiane si limitano a operazioni doganali di tipo cartaceo”, sostengono le associazioni. “Se un camionista mostra il certificato sanitario di un veterinario di Breslavia, i doganieri come possono controllare che non sia falso? E chi scaricherebbe un Tir che trasporta casse di birra o di legname per vedere se nasconde una cucciolata che non abbaia perché imbottita di tranquillanti?”. E poi c’è carenza di personale. Così i veterinari di frontiera, quando va bene, aprono il camion o il furgoncino, danno un’occhiata, e richiudono. Fine del controllo.

Il dolore
Ma perché si importa dall’Est? Semplice: perché, allevati in maniera approssimativa, i cuccioli costano poco. Per questo consentono un margine di utile maggiore rispetto ai cani provenienti da allevamenti nostrani. Costano di meno, anche se spesso muoiono poco dopo l’uscita dal negozio. Già, perché molti, troppi cuccioli, pochi giorni dopo l’acquisto stanno male. Sottratti con troppo anticipo -sempre sotto i tre mesi- alle cure delle proprie madri, oltre a subire condizioni stressanti di viaggio, subiscono lo stravolgimento dell’alimentazione e un vero e proprio bombardamento farmacologico. Questo bombardamento serve a fare arrivare il “prodotto” in buono stato sui mercati. “Grazie a immunizzanti, cortisonici ed altri farmaci, tra i quali uno con gammaglobuline che ritarda gli effetti di eventuali patologie in corso, i cani non muoiono quasi mai in negozio o dall’importatore”, è l’accusa dell’associazione Gaia Animali & Ambiente. “Ma una serie infinita di patologie acquisite nei Paesi di provenienza, l’assenza di vaccinazioni e di qualsivolglia credibile cura veterinaria portano la mortalità dei cuccioli fino, e oltre, il 50% dei casi. L’ultimo guaito avviene, dopo costosi trattamenti e cure, tra le braccia dello sprovveduto acquirente”. Già, spesso finito l’effetto del farmaco, al cucciolo vengono le più diverse malattie. I cani muoiono un po’ alla volta, giorno dopo giorno. E’ un’agonia straziante: tra vomito e diarrea emorragica. Ed è uno choc, perché al piccolo, nel frattempo, ci si è affezionati.

La truffa
Ma c’è anche la truffa del pedigree. I cuccioli dell’Est, spesso, vengono venduti con la promessa del fantomatico pedigree. Per gli acquirenti fortunati, il pedigree arriva dopo circa otto mesi – un anno, ma è incomprensibile. Si tratta infatti di un pezzo di carta scritto in ungherese o in polacco sul quale, per quanto ci è dato conoscere le meravigliose lingue dell’Est, potrebbe anche esserci scritto “bravo, italiano. Hai comprato un cucciolo malato con un bel pezzo di carta insignificante”. Una truffa che ricorda quella epica della “moneta romana antica” venduta ai turisti americani all’ombra del Colosseo, oppure, sempre per citare Totò, la vendita della fontana di Trevi. Qui, però, la truffa si fa sulla pelle di esseri viventi di pochi giorni di vita. Come difendersi da queste truffe e da questa speculazione? La leggerezza di come spesso acquista un animale è micidiale. Quando si compra una lavatrice si pretende almeno uno scontrino e una garanzia. Se si acquista un cucciolo in una mostra o a un mercatino, invece, non si ha nemmeno quello. Che fare, allora? Se si acquista un animale bisogna sottoscrivere un contratto. E leggere attentamente ciò che si firma. Nel caso il quattrozampe dovesse morire, e se il vizio fosse riconducibile alla vendita, bisogna comunicare entro dieci giorni con lettera raccomandata il danno subito. Poi si ha tempo un anno per adire le vie legali.

Il documento di vendita
Il documento di vendita, insomma, va sempre richiesto a qualsiasi rivenditore. Dall’allevatore al negoziante. Questo documento serve ad attestare la provenienza del cucciolo. In Italia un cucciolo di due o tre mesi non può ancora avere il pedigree, ma il negoziante è tenuto a certificare la sua fonte d’acquisto. Il documento deve poi attestare il fatto che il cucciolo sia regolarmente iscritto a un albero genealogico. Il documento, infine, deve fornire una garanzia sanitaria di almeno venti giorni contro l’eventuale insorgenza di cimurro, epatite, leptospirosi e parvovirosi. Queste micidiali malattie virali hanno infatti un periodo di incubazione piuttosto lungo: da 15 a 20 giorni. Un cucciolo che abbia contratto una di queste malattie potrebbe apparire sanissimo al momento dell’acquisto, ma ammalarsi e morire nel giro di poche settimane. Contro tutte queste malattie esistono vaccini perfettamente funzionali, e se il cucciolo viene allevato in modo corretto e vaccinato all’età giusta non contrarrà mai queste gravi patologie: quindi un rivenditore onesto, conscio che il piccolo è stato regolarmente vaccinato, non farà mai obiezioni di fronte a questa richiesta. Non accettate scuse o alibi: non ne esistono. Ma, per non cadere in truffe o essere complici di speculazioni, ci sono anche altre soluzioni. L’Ufficio Diritti Animali della Provincia di Milano consiglia di non acquistare animali. Un essere vivente non si compera come un paio di braghe. La vita non si commercia. Meglio, molto meglio prendere Fido o Micio in un rifugio (per sapere dov’è quello più vicino a casa basta comporre il nr verde gratuito 800.9992223 dell’UDA provinciale). Ce ne sono di tutti i gusti e tipi. Anche di razza.

di Edgar Meyer

FONTE: www.gaiaitalia.it

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